Ormai nel villaggetto mi sento proprio a casa e ridendo e scherzando già comincia l’ultima settimana di agosto! Vola, il tempo.. Immagino che per molti sarà un periodo un pò triste, con le giornate sempre più corte e lavoro e studio che incombono. Il bello dei tropici è che la lunghezza dei giorni non cambia mai, quindi non ci si rende conto del tempo che passa e dell’estate che finisce. Ma pagherò tutto questo a ottobre, quando sbarcherò a Linate con le mie magliettine leggere, e verrò accolto dall’umido gelo lombardo.. Per ora, non pensiamoci!
Questa settimana ho conosciuto un pò di autorità “non tradizionali” dell’area, burocrati, amministratori, imprenditori. Diciamo che sono ritornato ad avere a che fare con gente “civilizzata”, che non chiede alcolici per concedere udienza e in compenso ti liquida il più in fretta possibile, con fare invariabilmente scocciato e supponente. Tra il manager dell’ospedale e quello dell’agenzia del cacao non so chi fosse più sgradevole, baldanzosi burocrati a immagine e somiglianza dei loro corrispettivi occidentali. E subito ho rimpianto i cari, vecchi capi ubriaconi dei villaggetti più anonimi e sperduti..
Un simpatico diversivo è stato la giornata con l’equipé della “salute pubblica”, che visita mensilmente i villaggi per verificare lo stato dei salute dei bambini più piccoli. Un’esperienza molto interessante: nel palazzo del capo (un normale edificio in muratura abbastanza spartano, ma in genere il più grande del villaggio, in quanto luogo delle udienze del capo e di raduno della popolazione per eventi collettivi, come feste o assemblee) vengono predisposte una bilancia dove verificare la crescita dei bimbi e un angolino per le vaccinazioni. Le mamme del villaggio si radunano con prole, formando una schiamazzante fila e nel giro di pochi minuti è tutto un frignare di bimbetti terrorizzati dalla bilancia e dalle punture. Le infermiere danno anche raccomandazioni alimentari ed igieniche e distribuiscono vitamine per integrare la dieta non sempre molto varia dei bimbetti. Le mamme ci tenevano particolarmente a farmi socializzare coi rispettivi marmocchi, nonostante la maggior parte di loro, alla vista di un lugubre uomo pallido pallido, scoppiasse a piangere terrorizzato! Chissà se, come noi abbiamo l’uomo nero per i bimbi cattivi, loro hanno l’uomo bianco, un esangue mostro di colorazione lattiginosa che tormenta i monelli dispettosi.. Nell’occasione ho anche ricevuto una proposta di matrimonio piuttosto particolare: mi era già capitato, infatti, che distinte signore mi offrissero in sposa le loro giovani figliole; qui, invece, mi è stata data in braccio una mocciosa di pochi mesi e mentre lei si divincolava terrorizzata per fuggire dalle mie grinfie, la madre, impassibile dinnanzi al terrore della figlia, ha colto l’occasione per propormi un matrimonio con la lattante. Per una volta non ho dovuto rifiutare imbarazzato, ma mi sono preso una ventina d’anni per pensarci e farle sapere, del resto, perché precludersi certe possibilità?
Ho capito che una delle cose che mi affascina maggiormente è poter vedere con chiarezza tutto il ciclo della produzione del cibo, dall’estrazione dei tuberi nei campi al pastone di turno che mi trovo nel piatto. Questa settimana, recandomi nella distilleria del paese (una tettoia di paglia in mezzo alla foresta..) mi sono dedicato alla preparazione dei loro alcolici principali, ossia il vino di palma e l’akpeteshie, il liquore ufficiale dei capi. Quando una palma è vecchia e non fa più noci viene abbattutta, ne viene inciso il tronco e viene raccolto in apposite taniche il liquido che ne esce, una resina bianchiccia piuttosto fluida. Questo è il vino di palma: è molto dolce e leggero, come un succo di frutta lievemente alcolico, davvero buono! Ma per dei palati fini come loro, ci vuole ben altra gradazione alcolica, così distillano il tutto, mettendo un gran quantitativo di vino di palma in un grosso bidone metallico sul fuoco, facendolo bollire, evaporare e, successivamente, raffreddare attraverso un rudimentale apparato di tubi di plastica, che dal calderone convoglia il distillato nelle bottiglie, passando attraverso un lurido acquitrino “di raffredamento”. Buono anche questo, seppur la loro barbara abitudine di berne grossi quantitativi a stomaco vuoto alla goccia non sempre ne faccia apprezzare pienamente il sapore.
La seconda pietanza che ho potuto veder nascere dalle origini è stato, finalmente, il rattone! Il custode della mia casetta, infatti, si è presentato con un bel topaccio grigio, appena catturato. Lo ha bruciacchiato ben bene, per poi grattar via tutti i peli; poi lo ha sventrato, buttando via il suo maleodorante intestino, e smembrato in piccoli pezzi. Nella dispensa, tra le zampe di vacca e i lumaconi giganti, faceva la sua porca figura. L’ho mangiato stufato col fufu e devo dire che, se ci sono varie ragioni per cui l’umanità da secoli preferisce non nutrirsi di topi (sono piccoli e non vale la pena cacciarli, in città mangiano le peggio schifezze, eccetera eccetera), tutto sommato il sapore non era malaccio, ricordava il pollo, con una venatura un pò più amarognola e selvatica. Non so quanti lo riconoscerebbero, se se lo ritrovassero nel piatto.. Tuttavia, ho faticato più del previsto a papparmelo: le zampette facevano un pò impressione e spolpare la testa e la coda è stato un vero supplizio. Comunque, un pasto più che dignitoso! Un’altra prelibata fonte proteica sono i lumaconi, che si mangiano anche in italia e sono teneri e saporiti (ricordano un pò i funghi, come sapore e consistenza); purtroppo ho commesso l’errore di comprarne troppi, così per una settimana ho dovuto sventare vari tentativi di fuga dalla dispensa e vedere quelle tenere antennine che cercavano una via uscita mi faceva sentire un pò in colpa. Ma in fondo è destino di ogni essere vivente, un giorno, morire e diventare nutrimento per qualcun altro, l’assuefazione al supermercato fa dimenticare questa banale verità. Alla fine mi sono tenuto un grosso guscio come ricordo, per onorare la memoria di uno dei miei pasti migliori, che ha trovato degna sepoltura nel mio stomaco.
Il fatto che una gloriosa stirpe di cacciatori delle foreste oggi riesca a procacciarsi solo lumaconi, topacci e qualche “cricetone” (non saprei come chiamarlo, è l’altra selvaggina della foresta e sembra un grosso criceto, molto più buono del ratto) non è dovuto a un improvviso rincoglionimento dei locali, ci sono delle ragioni precise per questa barbara involuzione. Un tempo, infatti, la foresta era rigogliosa e i selvaggi campavano disboscando quel che occorreva per coltivarsi un pò di verdura e cacciando bestie serie, tipo antilopi o altri grossi ungulati. Vivendo da selvaggi, l’espansione demografica era limitata e se per caso cominciavano ad essere in troppi, bastava vendere un pò di schiavi agli europei, ben felici di portarseli nel nuovo mondo a costruire un futuro di ricchezza e prosperità (per noi..). Questi erano gli anni d’oro dell’impero asante, che prosperò in Ghana commerciando oro e schiavi finché, un giorno, gli inglesi pensarono che era più conveniente sfruttare la manodopera direttamente in loco, piuttosto che spendere per trasportarla in un altro continente, magari perdendone buona parte per malattie e sfighe varie. Così, sottomisero l’impero asante e portarono la civiltà nella foresta, iniziando a coltivare cacao ed esportare legname. I maschi dominanti locali, che prima procacciavano il cibo catturando bestioni, si riciclarono in disboscatori e coltivatori di cacao, per portare a casa le sterline con cui mantenere la famiglia, mentre le donne continuarono ad occuparsi della casa e delle coltivazioni per la sussistenza. Inevitabilmente, la rigogliosa foresta non restò rigogliosa molto a lungo, anche perché la gente cominciò a migrare dal nord per coltivare il danaroso cacao e con le luci della civiltà e la fine della tratta degli schiavi la popolazione aumentò enormemente. Quando il Ghana, primo paese dell’africa nera, conquistò l’indipendenza, provò a variare un pò le sua fonti di ricchezza, ma le cose si sono rivelate più difficili del previsto (anche perché, insomma, a noi il nesquik alla mattina piace e il legname ci serve!) e dopo turbolente vicende politiche e governi di vario tipo, il cacao e il legname, destinati esclusivamente all’esportazione, sono tuttora le uniche attività economiche importanti dell’area. Così, la foresta è diventata boscaglia, le antilopi topi, e di frutta e verdura si coltiva il minimo indispensabile per campare, essendo il cacao la coltura redditizia.
Dopo questa brillante ricostruzione storica, vi saluto. Settimana prossima, se il capo di un’ong locale è guarito, girerò un pò di villaggi per vedere i loro progetti e poi mi fermerò alcuni giorni in uno di questi, quindi può darsi non avrete mie notizie per un pò. Baci a tutti, belli e brutti.
Monday, August 25, 2008
Friday, August 15, 2008
Noto con piacere che, nonostante il periodo vacanziero e la desolante assenza di foto, c’è comunque un manipolo di irriducibili che lotta per la conquista della tesi autografata! Grazie dei messaggi, fanno sempre piacere, oltre ad essere uno stimolo in più per produrre un lavoro di qualità.
Questa settimana ho finito le interviste ai capi. Diciamo che mi sono fatto una panoramica generale della folcloristica varietà di autorità tradizionali che la regione è in grado di offrire e per il momento sono soddisfatto. Settimana prossima passerò alla fase due, ossia mi metterò alle calcagna di varie ONG impegnate in progetti di sviluppo per vedere come agiscono e come si rapportano ai capi, sperando che accettino un rompiscatole come me al seguito...
Il grande rammarico di questa fase è non aver potuto parlare con “il re” (in lingua locale “omanhene”, letteralmente “capo dello stato”) ossia il capo di tutti i capi della zona. Le autorità tradizionali, per la gioia di leghisti e affini, sono, infatti, strutturate in modo “federalista”: ogni famiglia ha il suo anziano, che siede nel consiglio del villaggio; la famiglia più importante del villaggio ne nomina il capo (ohene), che siede nel consiglio dello stato (oman), di cui la famiglia più importante nomina il capo, ossia l’omanhene. Pur essendo una carica ereditaria, la nomina deve essere avvallata da un consiglio di capi, i più prestigiosi del distretto, i quali hanno anche facolta, qualora ritengano che il re non stia agendo per il bene della comunità, di chiederne la detronizzazione, pratica che usualemente degenera in litigi e faide senza fine. Esattamente quello che è successo ora: alcuni capi hanno chiesto la detronizzazione del re, il quale ha risposto picche. Risultato: al momento il re è in esilio, in attesa che il Consiglio Nazionale dei Capi, organo statale composto dai vari re che decide su queste questioni, ponga fine alla controversia; nel frattempo, per evitare che la situazione degeneri, il palazzo reale è presidiato notte e giorno dai militari e nessuno può entrarci, nemmeno un povero studentello pirla che vorrebbe solo fare un’innocua ricerchina.. La mia speranza è che il tutto si risolva prima della mia partenza, visto che, a regola, dovrebbe essere questione di settimane; considerando che la disputa si protrae da due anni, mi sono già messo l’anima in pace!
Settimana prossima andrò in giro con una ONG locale che prova a convincere i lavoratori delle piantagioni di cacao a mandare i figli a scuola, piuttosto che utilizzarli come manodopera sottopagata. Nobile intento, anche se probabilmente più problematico di quanto possa sembrare. C’è da considerare, inoltre, che qui l’economia funziona “al contrario”: i poveri stanno tutti al nord, dove c’è un’arida savana e si coltiva poco, quindi è pratica diffusa che i “polentoni” mandino i loro figli a fare i braccianti nelle opulente coltivazioni di cacao dei “terroni” di Wiawso, i quali, ovviamente, non hanno alcun interesse a mandare questi bimbi a scuola.
Con un pò di fortuna, poi, potrei anche aggreggarmi all’equipé della “salute pubblica” che, dall’unico ospedale del distretto, si aggira di villaggio in villaggio a spiegare ai locali come evitare la malaria, come conservare i cibi, che tipo di dieta è più benefica per la salute e perché è meglio partorire in ospedale, anche se magari ci vogliono ore per arrivarci, su strade tortuose e dissestate.. A noi possono sembrare sciocchezze, ma se consideriamo che la prima causa di decessi all’ospedale di Wiawso nel 2007 è stata la malaria, seguita a ruota da altre malattie incurabili per la scienza contemporanea, come anemia, dissenteria ed emoraggie post parto, capirete che può avere una sua importanza.
Nel frattempo, sto sfruttando l’aumentata familiarità coi locali per compiere a fondo il mio lavoro, ossia farmi i fatti loro. Se all’inizio la mia presenza generava una certa curiosità, ormai si sono abbastanza assuefatti alla mia faccia da obruni, così posso starmene tranquillamente seduto in mezzo al villaggio senza dare troppo nell’occhio e osservarli mentre tornano dai campi, cucinano, sgridano i bambini, raccolgono legname danneggiando cavi dell’alta tensione.. E’ molto piacevole ed i ritmi della comunità contadina hanno un certo fascino; quando poi mi annoio, posso sempre assistere agli spettacoli dei loro animali domestici, con capre che fanno a cornate, galli che si azzuffano e cani incastrati e guaenti dopo una serena copulata.
Certo, non è una vita facile per loro. Un semplice anedotto per rendere l’idea: chiacchierando con un ragazzo, si è molto sorpreso a sapere che in Italia, quando uno cucina, prepara da mangiare solo per se stesso e per i suo coinquilini, senza lasciare qualcosina in più per eventuali “ospiti inattesi”. “E se arrivano, come fate”, mi chiede, con un filo di apprensione. Avrei potuto rispondere mille cose: telefono e faccio portare una pizza, apro il frigo e preparo in fretta e furia qualcosa, scaldo qualche schifezza surgelata al microonde. Poi ho pensato a cos’è la cena per loro: tornati dai campi, si mettono a pelare, tagliare e bollire la manioca (un tubero) e il planteen (una specie di banana verde, che mangiano bollita o grigliata), e poi a pestarli insieme nel mortaio per fare il “fufu”, piatto principe della loro cucina, uno gnocco compatto da consumarsi in brodo; fatto il fufu, preparano il brodo, con le noci di palma (piccole noci rosse, frutto di una palma diversa da quella da cocco) o le arachidi, procedura alquanto lunga, dovendo partire sempre dalla materia grezza appena colta. In tutto questo, i bambini o le ragazze più giovani devono occuparsi di raccogliere la legna e portare l’acqua dal pozzo. Insomma, da quando tornano dal campo a quando vanno a dormire il loro tempo è quasi interamente monopolizzato dalla preparazione della cena, che, in mancanza di frigoriferi, fornelli a gas e un qualsiasi altro elettrodomestico, non è proprio una passeggiata.
Mi sono limitato a rispondere che da noi non ci sono mai ospiti inattessi, cosa, del resto, non lontana dalla realtà. Non era ancora molto convinto, probabilmente trovava un’impresa improba per un uomo solo prepararsi la cena, quando qui tutta la famiglia allargata deve essere mobilitata, ma il discorso rischiava di diventare complesso e ho lasciato perdere. Calcolare quanta energia in più consumiamo mediamente noi rispetto a loro per nutrirci potrebbe darci un’idea di quanto ci costi rimpiazzare il lavoro di tutte quelle persone per preparare una cena ed è anche un modo semplice ed immediato per comprendere l’equa suddivisione delle risorse globali.
Piccola parentesi sulla gastronomia locale: non è per nulla malvagia, anzi. Manca un pò di fantasia, del resto, poveretti, si devono arrabattare davvero con poca roba, e non proprio eccelsa. Il fulcro della loro dietà è costituito da manioca, igname, taro (tre tipi di tuberi, pallida imitazione della patata) e il già citato planteen; hanno anche il riso, ma la maggior parte è importato e non sempre alla portata di tutti. Il taro e l’igname generalmente accompagnano, bolliti, carne o pesce ed il piatto che ne vien fuori si chiama “ampesi”; la manioca impastata e bollita da sola la chiamano “garni”, uno gnocco un pò friabile; mischiando manioca e planteen abbiamo lo squisito “fufu” (il mio preferito!), dolce e un pò colloso; la stessa cosa, con la farina di mais al posto del planteen si chiama “banku”, un pò più acidulo, ma va giù anche quello. Tutte queste cose si mangiano rigidamente con le mani e la loro gustosità dipende fondamentalmente dall’abilità nell’impastare l’elemento fibroso di turno col sugo. Inutile aggiungere che mi diverto sempre un sacco a mangiare pastrugnando il tutto, anche se non nascondo, ogni tanto, un pò di nostalgia per l’italica cucina, sicuramente più fantasiosa. Loro, questa roba, la mangiano a colazione, pranzo e cena; io, fortunatamente, a colazione posso concedermi un pò di lussi, tipo la frittata, il pane, il latte in polvere coi cereali, frutta fresca.. ma se ho in programma di stare in giro a lungo e saltare il pranzo, allora mi faccio un bel banku, che fino a sera sicuramente fame non mi viene!Da considerare, anche, che essendo mediamente non proprio miliardiari, in pochi riescono a procurarsi regolarmente carne, pesce o legumi con cui accompagnare queste primizie e la carenza proteica nella loro alimentazione è un grosso problema, al punto che l’anemia, dopo la malaria, è la principale causa di decesso. Nel prossimo post vi racconterò in modo dettagliato che espedienti usano per procurarsi le proteine, ossia quali squisite bestiole accompagnano il mio fufu.. Per ora mi sembra di essermi dilungato abbastanza. A presto
Questa settimana ho finito le interviste ai capi. Diciamo che mi sono fatto una panoramica generale della folcloristica varietà di autorità tradizionali che la regione è in grado di offrire e per il momento sono soddisfatto. Settimana prossima passerò alla fase due, ossia mi metterò alle calcagna di varie ONG impegnate in progetti di sviluppo per vedere come agiscono e come si rapportano ai capi, sperando che accettino un rompiscatole come me al seguito...
Il grande rammarico di questa fase è non aver potuto parlare con “il re” (in lingua locale “omanhene”, letteralmente “capo dello stato”) ossia il capo di tutti i capi della zona. Le autorità tradizionali, per la gioia di leghisti e affini, sono, infatti, strutturate in modo “federalista”: ogni famiglia ha il suo anziano, che siede nel consiglio del villaggio; la famiglia più importante del villaggio ne nomina il capo (ohene), che siede nel consiglio dello stato (oman), di cui la famiglia più importante nomina il capo, ossia l’omanhene. Pur essendo una carica ereditaria, la nomina deve essere avvallata da un consiglio di capi, i più prestigiosi del distretto, i quali hanno anche facolta, qualora ritengano che il re non stia agendo per il bene della comunità, di chiederne la detronizzazione, pratica che usualemente degenera in litigi e faide senza fine. Esattamente quello che è successo ora: alcuni capi hanno chiesto la detronizzazione del re, il quale ha risposto picche. Risultato: al momento il re è in esilio, in attesa che il Consiglio Nazionale dei Capi, organo statale composto dai vari re che decide su queste questioni, ponga fine alla controversia; nel frattempo, per evitare che la situazione degeneri, il palazzo reale è presidiato notte e giorno dai militari e nessuno può entrarci, nemmeno un povero studentello pirla che vorrebbe solo fare un’innocua ricerchina.. La mia speranza è che il tutto si risolva prima della mia partenza, visto che, a regola, dovrebbe essere questione di settimane; considerando che la disputa si protrae da due anni, mi sono già messo l’anima in pace!
Settimana prossima andrò in giro con una ONG locale che prova a convincere i lavoratori delle piantagioni di cacao a mandare i figli a scuola, piuttosto che utilizzarli come manodopera sottopagata. Nobile intento, anche se probabilmente più problematico di quanto possa sembrare. C’è da considerare, inoltre, che qui l’economia funziona “al contrario”: i poveri stanno tutti al nord, dove c’è un’arida savana e si coltiva poco, quindi è pratica diffusa che i “polentoni” mandino i loro figli a fare i braccianti nelle opulente coltivazioni di cacao dei “terroni” di Wiawso, i quali, ovviamente, non hanno alcun interesse a mandare questi bimbi a scuola.
Con un pò di fortuna, poi, potrei anche aggreggarmi all’equipé della “salute pubblica” che, dall’unico ospedale del distretto, si aggira di villaggio in villaggio a spiegare ai locali come evitare la malaria, come conservare i cibi, che tipo di dieta è più benefica per la salute e perché è meglio partorire in ospedale, anche se magari ci vogliono ore per arrivarci, su strade tortuose e dissestate.. A noi possono sembrare sciocchezze, ma se consideriamo che la prima causa di decessi all’ospedale di Wiawso nel 2007 è stata la malaria, seguita a ruota da altre malattie incurabili per la scienza contemporanea, come anemia, dissenteria ed emoraggie post parto, capirete che può avere una sua importanza.
Nel frattempo, sto sfruttando l’aumentata familiarità coi locali per compiere a fondo il mio lavoro, ossia farmi i fatti loro. Se all’inizio la mia presenza generava una certa curiosità, ormai si sono abbastanza assuefatti alla mia faccia da obruni, così posso starmene tranquillamente seduto in mezzo al villaggio senza dare troppo nell’occhio e osservarli mentre tornano dai campi, cucinano, sgridano i bambini, raccolgono legname danneggiando cavi dell’alta tensione.. E’ molto piacevole ed i ritmi della comunità contadina hanno un certo fascino; quando poi mi annoio, posso sempre assistere agli spettacoli dei loro animali domestici, con capre che fanno a cornate, galli che si azzuffano e cani incastrati e guaenti dopo una serena copulata.
Certo, non è una vita facile per loro. Un semplice anedotto per rendere l’idea: chiacchierando con un ragazzo, si è molto sorpreso a sapere che in Italia, quando uno cucina, prepara da mangiare solo per se stesso e per i suo coinquilini, senza lasciare qualcosina in più per eventuali “ospiti inattesi”. “E se arrivano, come fate”, mi chiede, con un filo di apprensione. Avrei potuto rispondere mille cose: telefono e faccio portare una pizza, apro il frigo e preparo in fretta e furia qualcosa, scaldo qualche schifezza surgelata al microonde. Poi ho pensato a cos’è la cena per loro: tornati dai campi, si mettono a pelare, tagliare e bollire la manioca (un tubero) e il planteen (una specie di banana verde, che mangiano bollita o grigliata), e poi a pestarli insieme nel mortaio per fare il “fufu”, piatto principe della loro cucina, uno gnocco compatto da consumarsi in brodo; fatto il fufu, preparano il brodo, con le noci di palma (piccole noci rosse, frutto di una palma diversa da quella da cocco) o le arachidi, procedura alquanto lunga, dovendo partire sempre dalla materia grezza appena colta. In tutto questo, i bambini o le ragazze più giovani devono occuparsi di raccogliere la legna e portare l’acqua dal pozzo. Insomma, da quando tornano dal campo a quando vanno a dormire il loro tempo è quasi interamente monopolizzato dalla preparazione della cena, che, in mancanza di frigoriferi, fornelli a gas e un qualsiasi altro elettrodomestico, non è proprio una passeggiata.
Mi sono limitato a rispondere che da noi non ci sono mai ospiti inattessi, cosa, del resto, non lontana dalla realtà. Non era ancora molto convinto, probabilmente trovava un’impresa improba per un uomo solo prepararsi la cena, quando qui tutta la famiglia allargata deve essere mobilitata, ma il discorso rischiava di diventare complesso e ho lasciato perdere. Calcolare quanta energia in più consumiamo mediamente noi rispetto a loro per nutrirci potrebbe darci un’idea di quanto ci costi rimpiazzare il lavoro di tutte quelle persone per preparare una cena ed è anche un modo semplice ed immediato per comprendere l’equa suddivisione delle risorse globali.
Piccola parentesi sulla gastronomia locale: non è per nulla malvagia, anzi. Manca un pò di fantasia, del resto, poveretti, si devono arrabattare davvero con poca roba, e non proprio eccelsa. Il fulcro della loro dietà è costituito da manioca, igname, taro (tre tipi di tuberi, pallida imitazione della patata) e il già citato planteen; hanno anche il riso, ma la maggior parte è importato e non sempre alla portata di tutti. Il taro e l’igname generalmente accompagnano, bolliti, carne o pesce ed il piatto che ne vien fuori si chiama “ampesi”; la manioca impastata e bollita da sola la chiamano “garni”, uno gnocco un pò friabile; mischiando manioca e planteen abbiamo lo squisito “fufu” (il mio preferito!), dolce e un pò colloso; la stessa cosa, con la farina di mais al posto del planteen si chiama “banku”, un pò più acidulo, ma va giù anche quello. Tutte queste cose si mangiano rigidamente con le mani e la loro gustosità dipende fondamentalmente dall’abilità nell’impastare l’elemento fibroso di turno col sugo. Inutile aggiungere che mi diverto sempre un sacco a mangiare pastrugnando il tutto, anche se non nascondo, ogni tanto, un pò di nostalgia per l’italica cucina, sicuramente più fantasiosa. Loro, questa roba, la mangiano a colazione, pranzo e cena; io, fortunatamente, a colazione posso concedermi un pò di lussi, tipo la frittata, il pane, il latte in polvere coi cereali, frutta fresca.. ma se ho in programma di stare in giro a lungo e saltare il pranzo, allora mi faccio un bel banku, che fino a sera sicuramente fame non mi viene!Da considerare, anche, che essendo mediamente non proprio miliardiari, in pochi riescono a procurarsi regolarmente carne, pesce o legumi con cui accompagnare queste primizie e la carenza proteica nella loro alimentazione è un grosso problema, al punto che l’anemia, dopo la malaria, è la principale causa di decesso. Nel prossimo post vi racconterò in modo dettagliato che espedienti usano per procurarsi le proteine, ossia quali squisite bestiole accompagnano il mio fufu.. Per ora mi sembra di essermi dilungato abbastanza. A presto
Monday, August 11, 2008
Ciao a tutti,
Dopo le difficoltà dei primi giorni, sono riuscito ad avere una connessione tale da poter scrivere su blog, così, eccomi qua.
Che dire, dalla scorsa settimana non ci sono stati grossi cambiamenti: sto continuando il mio quotidiano girovagare di capo in capo tra sperduti paesini in mezzo a quella che un tempo era una rigogliosa foresta tropicale ed è oggi divenuta ostica boscaglia. Ovviamente questa è la stagione delle piogge e questo fatto, unitamente all’elevata qualità delle strade e ad una certa creatività degli autisti, mi sta regalando non poche emozioni. Vari taxisti si sono contesi la palma del conducente più inquietante e, sebbene il capo ubriacone della scorsa settimana al momento resti ineguagliato, ce ne sono stati altri degni di nota.
Il primo soggetto, animato dal saggio e condivisibile proposito di risparmiare carburante, non si limitava, nei tratti di discesa, a mettere in folle (come la maggior parte dei suoi avveduti colleghi), bensì spegneva direttamente il motore, per poi riaccenderlo all’approssimarsi delle salite. Peccato che la sua macchina non fosse proprio un mostro di affidabilità ed in breve ci siam trovati bloccati a motore spento in una conca sperduta sotto il diluvio universale. Fortunatamente, con qualche sana imprecazione nella sua lingua ed un apparentemente insensato armeggiare nel cofano, il bolide ha ripreso ruggendo la sua corsa ed il conducente, in un impeto di buonsenso, ha rinunciato alla sua parsimoniosa pratica nelle discese successive.
Non così a buon mercato ce la siamo cavata quando un altro intrepido taxista ha deciso di affrontare una delle salite più impervie della storia sotto un acquazzone che ha rapidamente trasformato la strada in una cascata melmosa. Il fatto che fossimo in 8 su un’auto a 5 posti non ha certo giovato ed in breve ci siam trovati a spingere il veicolo lungo la salita, mentre le ruote, girando a vuoto nella melma, ci hanno rapidamente ricoperti di fango. Intervistando il capo conciato peggio di un profugo, mi chiedevo se questa mia rusticità accrescesse, ai loro occhi, il rispetto per l’antropologo, o fosse, al contrario, il definitivo colpo di grazia ad ogni mia velleità di autorevolezza.
Al di la dei frequenti contrattempi, girare i villaggi è davvero una bella esperienza: si tratta di comunità di contadini che vivono in un ambiente molto suggestivo per chi è nato e cresciuto nella monotona pianura padana (bananeti, palme, boschi di cacao, capanne di fango e altre amenità simili); tante volte, poi, capisco come si deve sentire un pesce in un acquario, circondato da storme di bambini che battono sul vetro solo per il gusto di vederlo reagire, non importa come né perché. Non essendoci vetri su cui battere, i monelli locali si limitano a ripetere cantilenanti la parola obruni (“bianco” nella lingua locale) finché non mi girò a fare qualche faccia strana e allora ridono e strillano eccitati qualunque minchiata faccia. E’ anche simpatico, ma alla lunga....
Nel corso della settimana, è accaduto un fatto alquanto increscioso, nel villaggio: la dama è caduta dall’albero su cui viene usualmente riposta ed è andata in mille pezzi. Il vecchio che la custodisce gelosamente sedeva triste e solo, sulla panchina, contemplandone malinconico le reliquie. Fortunatamente, nel giro di pochi giorni è riuscito a procurarsene un’altra ed è tornato felice al suo ruolo di re della panchina, a gestire i tornei che tanto allietano il paese.
Nell’attesa che questo luogo di sollazzo generale venisse ripristinato, ho finalmente scoperto ciò che da sempre stavo cercando, senza rendermene conto: un bel bar. Se fino ad ora a quella parola mi era sempre stato indicato lo spoglio e austero spaccio in cui si possono comprare alcolici d’ogni tipo, una sera, con altri orfani della dama, ci siamo avventurati fino all’estrema periferia del villaggio, laddove il bananeto si fa fitto e separa l’arido terreno del villaggio dalle piantagioni di cacao (un minuto a piedi da da casa mia, per dar l’idea delle dimensioni..). Lì ho scoperto che quella che sembrava essere un’anonima capanna di fango e bambù, in realtà può trasformarsi in pub di tutto rispetto: ci siamo seduti attorno a un tavolo, con una bottiglia del beverone che rifilo sempre ai capi, un potente distillato di vino di resina di palma. Sebbene l’idea di un liquore a base di palma possa lasciare qualche dubbio, devo dire che non è affatto male, assomiglia alla grappa, forse un filo più acida. E’ comunque incoraggiante vedere come ovunque, nel mondo, si trovi il modo di far fermentare un qualsivoglia vegetale (o, in mancanza di meglio, latticino..) per ottenerne potenti distillati alcolici; probabilmente è questo l’unico vero universale dell’umanità.
Nel corso delle mie interviste mi sono reso conto di come questo beverone abbia su alcuni locali lo stesso effetto della luce di una lampada sulle falene: oltre un paio di capi coi quali il dialogo è risultato pressoché impossibile da tanto erano sbronzi (e meno male che in genere li incontro la mattina presto, sennò..), in molte occasioni mi è stato chiesto di dare la bottiglia alla chetichella, senza farmi vedere, perché altrimenti i giovani impegnati nel communal labour (prestazioni lavorative gratuite che vengono richieste per lavori di utilità comune), avrebbero abbandonato le loro postazioni ronzando attorno alla bottiglia finché non ne avessero avuto un pò.
Ho provato, nei miei pomeriggi di letture e riflessioni al tavolo del bar, a passare a bevande più blande, ma purtroppo la birra la vendono solo nel bottiglione da 66 cl., peraltro una corposa scura doppio malto.. tutto sommato, essendo l’esito lo stessso, meglio un rapido e indolore cicchettino piuttosto che una lunga e straziante agonia accanto a una bottiglia destinata a diventare rapidamente calda e disgustosa..
Ormai nel villaggetto ho la mia cricca di amici fidati: il taxista, il vecchio della dama, la ragazza del bar, eccetera. Recentemente si è aggiunto un nuovo personaggio: l’elettricista. Qui i black out sono all’ordine del giorno, ma ieri pomeriggio si stava protraendo più del solito e al calar delle tenebre della corrente nemmeno l’ombra. Così ecco apparire l’elettricista, una di quelle persone con cui, conversando pochi minuti, fatichi a capire se sono totalmente pazze, totalmente stupide, o dotate di un’intelligenza così acuta da sfuggirti. Un idea su quale fosse la risposta giusta me la sono fatta mentre, illuminato dalla mia torcia, tagliava con un coltellaccio da cucina alcuni cavi elettrici dal traliccio in cui, secondo lui, risiedeva il problema. Ho pensato che non avevo mai visto un uomo folgorato e, tenendomi a debita distanza, poteva essere un’esperienza interessante. Invece, in pochi istanti, luce fu! Pare che il tutto fosse stato originato da un incauto boscaiolo che, trasformando in legname l’albero accanto al palo, ne aveva danneggiato la centralina, lasciando al buio mezzo villaggio. Mah...
Per oggi direi che è tutto. A presto, con nuovi racconti.
Dopo le difficoltà dei primi giorni, sono riuscito ad avere una connessione tale da poter scrivere su blog, così, eccomi qua.
Che dire, dalla scorsa settimana non ci sono stati grossi cambiamenti: sto continuando il mio quotidiano girovagare di capo in capo tra sperduti paesini in mezzo a quella che un tempo era una rigogliosa foresta tropicale ed è oggi divenuta ostica boscaglia. Ovviamente questa è la stagione delle piogge e questo fatto, unitamente all’elevata qualità delle strade e ad una certa creatività degli autisti, mi sta regalando non poche emozioni. Vari taxisti si sono contesi la palma del conducente più inquietante e, sebbene il capo ubriacone della scorsa settimana al momento resti ineguagliato, ce ne sono stati altri degni di nota.
Il primo soggetto, animato dal saggio e condivisibile proposito di risparmiare carburante, non si limitava, nei tratti di discesa, a mettere in folle (come la maggior parte dei suoi avveduti colleghi), bensì spegneva direttamente il motore, per poi riaccenderlo all’approssimarsi delle salite. Peccato che la sua macchina non fosse proprio un mostro di affidabilità ed in breve ci siam trovati bloccati a motore spento in una conca sperduta sotto il diluvio universale. Fortunatamente, con qualche sana imprecazione nella sua lingua ed un apparentemente insensato armeggiare nel cofano, il bolide ha ripreso ruggendo la sua corsa ed il conducente, in un impeto di buonsenso, ha rinunciato alla sua parsimoniosa pratica nelle discese successive.
Non così a buon mercato ce la siamo cavata quando un altro intrepido taxista ha deciso di affrontare una delle salite più impervie della storia sotto un acquazzone che ha rapidamente trasformato la strada in una cascata melmosa. Il fatto che fossimo in 8 su un’auto a 5 posti non ha certo giovato ed in breve ci siam trovati a spingere il veicolo lungo la salita, mentre le ruote, girando a vuoto nella melma, ci hanno rapidamente ricoperti di fango. Intervistando il capo conciato peggio di un profugo, mi chiedevo se questa mia rusticità accrescesse, ai loro occhi, il rispetto per l’antropologo, o fosse, al contrario, il definitivo colpo di grazia ad ogni mia velleità di autorevolezza.
Al di la dei frequenti contrattempi, girare i villaggi è davvero una bella esperienza: si tratta di comunità di contadini che vivono in un ambiente molto suggestivo per chi è nato e cresciuto nella monotona pianura padana (bananeti, palme, boschi di cacao, capanne di fango e altre amenità simili); tante volte, poi, capisco come si deve sentire un pesce in un acquario, circondato da storme di bambini che battono sul vetro solo per il gusto di vederlo reagire, non importa come né perché. Non essendoci vetri su cui battere, i monelli locali si limitano a ripetere cantilenanti la parola obruni (“bianco” nella lingua locale) finché non mi girò a fare qualche faccia strana e allora ridono e strillano eccitati qualunque minchiata faccia. E’ anche simpatico, ma alla lunga....
Nel corso della settimana, è accaduto un fatto alquanto increscioso, nel villaggio: la dama è caduta dall’albero su cui viene usualmente riposta ed è andata in mille pezzi. Il vecchio che la custodisce gelosamente sedeva triste e solo, sulla panchina, contemplandone malinconico le reliquie. Fortunatamente, nel giro di pochi giorni è riuscito a procurarsene un’altra ed è tornato felice al suo ruolo di re della panchina, a gestire i tornei che tanto allietano il paese.
Nell’attesa che questo luogo di sollazzo generale venisse ripristinato, ho finalmente scoperto ciò che da sempre stavo cercando, senza rendermene conto: un bel bar. Se fino ad ora a quella parola mi era sempre stato indicato lo spoglio e austero spaccio in cui si possono comprare alcolici d’ogni tipo, una sera, con altri orfani della dama, ci siamo avventurati fino all’estrema periferia del villaggio, laddove il bananeto si fa fitto e separa l’arido terreno del villaggio dalle piantagioni di cacao (un minuto a piedi da da casa mia, per dar l’idea delle dimensioni..). Lì ho scoperto che quella che sembrava essere un’anonima capanna di fango e bambù, in realtà può trasformarsi in pub di tutto rispetto: ci siamo seduti attorno a un tavolo, con una bottiglia del beverone che rifilo sempre ai capi, un potente distillato di vino di resina di palma. Sebbene l’idea di un liquore a base di palma possa lasciare qualche dubbio, devo dire che non è affatto male, assomiglia alla grappa, forse un filo più acida. E’ comunque incoraggiante vedere come ovunque, nel mondo, si trovi il modo di far fermentare un qualsivoglia vegetale (o, in mancanza di meglio, latticino..) per ottenerne potenti distillati alcolici; probabilmente è questo l’unico vero universale dell’umanità.
Nel corso delle mie interviste mi sono reso conto di come questo beverone abbia su alcuni locali lo stesso effetto della luce di una lampada sulle falene: oltre un paio di capi coi quali il dialogo è risultato pressoché impossibile da tanto erano sbronzi (e meno male che in genere li incontro la mattina presto, sennò..), in molte occasioni mi è stato chiesto di dare la bottiglia alla chetichella, senza farmi vedere, perché altrimenti i giovani impegnati nel communal labour (prestazioni lavorative gratuite che vengono richieste per lavori di utilità comune), avrebbero abbandonato le loro postazioni ronzando attorno alla bottiglia finché non ne avessero avuto un pò.
Ho provato, nei miei pomeriggi di letture e riflessioni al tavolo del bar, a passare a bevande più blande, ma purtroppo la birra la vendono solo nel bottiglione da 66 cl., peraltro una corposa scura doppio malto.. tutto sommato, essendo l’esito lo stessso, meglio un rapido e indolore cicchettino piuttosto che una lunga e straziante agonia accanto a una bottiglia destinata a diventare rapidamente calda e disgustosa..
Ormai nel villaggetto ho la mia cricca di amici fidati: il taxista, il vecchio della dama, la ragazza del bar, eccetera. Recentemente si è aggiunto un nuovo personaggio: l’elettricista. Qui i black out sono all’ordine del giorno, ma ieri pomeriggio si stava protraendo più del solito e al calar delle tenebre della corrente nemmeno l’ombra. Così ecco apparire l’elettricista, una di quelle persone con cui, conversando pochi minuti, fatichi a capire se sono totalmente pazze, totalmente stupide, o dotate di un’intelligenza così acuta da sfuggirti. Un idea su quale fosse la risposta giusta me la sono fatta mentre, illuminato dalla mia torcia, tagliava con un coltellaccio da cucina alcuni cavi elettrici dal traliccio in cui, secondo lui, risiedeva il problema. Ho pensato che non avevo mai visto un uomo folgorato e, tenendomi a debita distanza, poteva essere un’esperienza interessante. Invece, in pochi istanti, luce fu! Pare che il tutto fosse stato originato da un incauto boscaiolo che, trasformando in legname l’albero accanto al palo, ne aveva danneggiato la centralina, lasciando al buio mezzo villaggio. Mah...
Per oggi direi che è tutto. A presto, con nuovi racconti.
Monday, August 4, 2008
Ciao a tutti!
Dopo aver passato due settimane ad Accra, la capitale, ad ambientarmi e raccogliere informazioni utili presso l’università locale, finalmente ho raggiunto Wiawso, capoluogo del quasi omonimo distretto in una regione boscosa dell’ovest del paese. In realtà me la meno da cittadino, ma non sono nella città di Wiawso, bensì a Kesekrom, uno dei tanti villaggetti dei sobborghi.
Il mio alloggio è veramente bello: si tratta della guesthouse presso cui alloggiano ospiti e personale di RC, una ong italiana. In questo momento non ci sono progetti in corso, quindi ho questa bellissima villetta con giardino tutta per me. Oddio, a volte viene un pò di solitudine, però non avevo mai avuto uno spazio così bello e grande tutto per me; se penso ai 9 metri quadrati della mia stanza di Nanterre, dove ho vissuto per un anno, in erasmus..
L’ambientamento è stato un pochino lento; diciamo che, grazie al personale locale di RC ho subito trovato un validissimo interprete con cui andare nei villaggi ad intervistare i capi e cominciato a conoscere un pò locali, anche se la vita di Kesekrom non offre grandissimi momenti di socializzazione.. il passatempo principale è la scacchiera di un vecchio, che organizza, in mezzo alla strada, grandi tornei di una specie di dama strana e apparentemente insensata; capirete che non ho avuto grande fortuna in questo gioco, anche se è stato utile per rompere un pò il ghiaccio con gli autoctoni. Dopo aver saggiato le mie scarse abilità damistiche, i kesekromesi, hanno, inoltre, voluto coinvolgermi in una battuta di caccia e lì ho scoperto che la selvaggina locale non sono cervi, daini, cinghiali o camosci, bensì “cattlebush”, ossia.. ratti! loro li considerano una prelibatezza, ma purtroppo o per fortuna, nella battuta cui ho partecipato il gustoso roditore, nonostante l’ingegnosa trappola da noi architettata, è riuscito a farla franca, con sommo disappunto di tutti. Appena se ne prende uno sono invitato, vedremo. Non sarà poi troppo diverso da un coniglio, immagino (e spero..).
Dopo essermi in qualche modo inserito nella comunità locale, è cominciata la mia ricerca. Al momento, mi sposto di villaggio in villaggio intervistando i capi e gli anziani del villaggio (che poi non sono mai troppo anziani, in verità) sui progetti di sviluppo. Per poter parlare con loro è d’obbligo donare al capo una bottiglia di liquore: all’inizio mi è stato detto che doveva necessariamente essere “Snapp”, un costosissimo Gin olandese che già mi stava facendo maledire questi maledetti sottosviluppati; con mio sommo sollievo, tuttavia, le avvinazzate autorità tradizionali (scherzi a parte, il liquore è per le libagioni, non per consumo personale) si accontentano anche di una più accessibile marca locale, che qui tutti, peraltro, assicurano essere squisita, vedremo.
C’è una grande varietà di capi, da quello giovane e un pò impacciato, al Vecchio Capo perfettamente aderente allo stereotipo del Vecchio Capo; finora il migliore è sicuramente uno che a tempo perso fa il tassista (o forse è un tassista che a tempo perso fa il capo, chissà..) e, dopo l’intervista, ha voluto a tutti i costi accompagnarci al villaggio successivo col suo taxi. Dico solo che era ubriaco fradicio, per ragioni ignote nell’intervista ha voluto fare a meno dell’interprete nonostante palesemente non capisse nulla (né dicesse cose che si potessero comprendere) e, faticosamente messo in moto il suo vecchio taxi, è partito a ottanta all’ora, sbraitando frasi incomprensibile, per una strada sterrata e devastata dalle piogge. Ho guardato l’interprete,seduto dietro, sperando che la sua flemma mi desse un pò di incoraggiamento, e quando ho visto anche lui attaccato a tutte le maniglie possibili con gli occhi sbarrati, ho capito che era lecito preoccuparsi. Inspiegabilmente siamo giunti a destinazione sani e salvi e alla fine, pur avendoci regalato più emozioni delle montagne russe di Gardaland non ci ha fatto pagare nulla, meglio di così.
Le conversazioni tendono ad essere un pò ripetitive e il lato spiacevole è che, nonostante gli dica in tutte le salse che io sono qui per fare una ricerca universitaria e punto, loro sono comunque convinti che dalla mia venuta possa nascere qualcosa di buono, così mi vengono sempre mostrati tutti i motivi di rimostranza col governo locale, dalla luce che non c’è, all’acqua potabile che in realtà è una pozzanghera melmosa, fino alla scuola che ha il tetto, ma non i muri, eccetera eccetera... Io annuisco, fotografo, e ripeto la mia filastrocca, sono solo uno studente e bla bla bla; se poi, per pura casualità, uno di questi giorni uno dei loro mille problemi verrà risolto, passerò alla storia come un eroe!
Curiosità incredibile: in un villaggeto particolarmente inutile e sperduto ho trovato, in terra, un volantino delle elezioni politiche italiane 2008.. “Fai una scelta di parte, vota la Sinistra l’Arcobaleno”. Una vera reliquia! ho avuto quasi un moto di commozione, chissà chi ce l’ha portato, e come (ma, soprattutto, perché??). Certo che è straordinario pensare che un altro di quei quattro pirla che, come me, ha votato (inutilmente) per quei quattro pirla sia passato di qua. Il destino.. L’ho guardato sorpreso, ho chiesto spiegazioni al mio interprete, che ovviamente non ne aveva, e poi l’ho ributtato nel fango, dove, in fondo, era giusto restasse.
Ho anche avuto il primo fraintendimento culturale di un certo livello di questo viaggio: invitato a pranzo da una signora ivoriana, mi è stato offerto ciò che lei ha definito un “aperitivo”. Non avevo una gran voglia di alcolici, dopo tutta la mattina a zonzo sotto il sole tropicale, a stomaco vuoto, stanco morto.. però, cavoli, solo per il fatto che in un posto così lontano dalle luci della civilità mi venisse proposto un baluardo di progresso come l’Aperitivo, mi sembrava scortese deluderla, così accetto convinto. “Chissà che cavolo mi porteranno”, mi domando, “basta che non sia un Negroni, che non voglio roba troppo forte”.. e mentre vago in questi pensieri da milanese all’estero, mi sento dire, “preferisci Vodka o Whisky?”. E prima di riuscire a realizzare, mi son trovato in mano un bicchiere pieno di Whisky sudafricano, l’ideale per stuzzicare l’appetito! Selvaggi..
E con questa chicca finale, vi saluto. Un abbraccio, a tutti
Dopo aver passato due settimane ad Accra, la capitale, ad ambientarmi e raccogliere informazioni utili presso l’università locale, finalmente ho raggiunto Wiawso, capoluogo del quasi omonimo distretto in una regione boscosa dell’ovest del paese. In realtà me la meno da cittadino, ma non sono nella città di Wiawso, bensì a Kesekrom, uno dei tanti villaggetti dei sobborghi.
Il mio alloggio è veramente bello: si tratta della guesthouse presso cui alloggiano ospiti e personale di RC, una ong italiana. In questo momento non ci sono progetti in corso, quindi ho questa bellissima villetta con giardino tutta per me. Oddio, a volte viene un pò di solitudine, però non avevo mai avuto uno spazio così bello e grande tutto per me; se penso ai 9 metri quadrati della mia stanza di Nanterre, dove ho vissuto per un anno, in erasmus..
L’ambientamento è stato un pochino lento; diciamo che, grazie al personale locale di RC ho subito trovato un validissimo interprete con cui andare nei villaggi ad intervistare i capi e cominciato a conoscere un pò locali, anche se la vita di Kesekrom non offre grandissimi momenti di socializzazione.. il passatempo principale è la scacchiera di un vecchio, che organizza, in mezzo alla strada, grandi tornei di una specie di dama strana e apparentemente insensata; capirete che non ho avuto grande fortuna in questo gioco, anche se è stato utile per rompere un pò il ghiaccio con gli autoctoni. Dopo aver saggiato le mie scarse abilità damistiche, i kesekromesi, hanno, inoltre, voluto coinvolgermi in una battuta di caccia e lì ho scoperto che la selvaggina locale non sono cervi, daini, cinghiali o camosci, bensì “cattlebush”, ossia.. ratti! loro li considerano una prelibatezza, ma purtroppo o per fortuna, nella battuta cui ho partecipato il gustoso roditore, nonostante l’ingegnosa trappola da noi architettata, è riuscito a farla franca, con sommo disappunto di tutti. Appena se ne prende uno sono invitato, vedremo. Non sarà poi troppo diverso da un coniglio, immagino (e spero..).
Dopo essermi in qualche modo inserito nella comunità locale, è cominciata la mia ricerca. Al momento, mi sposto di villaggio in villaggio intervistando i capi e gli anziani del villaggio (che poi non sono mai troppo anziani, in verità) sui progetti di sviluppo. Per poter parlare con loro è d’obbligo donare al capo una bottiglia di liquore: all’inizio mi è stato detto che doveva necessariamente essere “Snapp”, un costosissimo Gin olandese che già mi stava facendo maledire questi maledetti sottosviluppati; con mio sommo sollievo, tuttavia, le avvinazzate autorità tradizionali (scherzi a parte, il liquore è per le libagioni, non per consumo personale) si accontentano anche di una più accessibile marca locale, che qui tutti, peraltro, assicurano essere squisita, vedremo.
C’è una grande varietà di capi, da quello giovane e un pò impacciato, al Vecchio Capo perfettamente aderente allo stereotipo del Vecchio Capo; finora il migliore è sicuramente uno che a tempo perso fa il tassista (o forse è un tassista che a tempo perso fa il capo, chissà..) e, dopo l’intervista, ha voluto a tutti i costi accompagnarci al villaggio successivo col suo taxi. Dico solo che era ubriaco fradicio, per ragioni ignote nell’intervista ha voluto fare a meno dell’interprete nonostante palesemente non capisse nulla (né dicesse cose che si potessero comprendere) e, faticosamente messo in moto il suo vecchio taxi, è partito a ottanta all’ora, sbraitando frasi incomprensibile, per una strada sterrata e devastata dalle piogge. Ho guardato l’interprete,seduto dietro, sperando che la sua flemma mi desse un pò di incoraggiamento, e quando ho visto anche lui attaccato a tutte le maniglie possibili con gli occhi sbarrati, ho capito che era lecito preoccuparsi. Inspiegabilmente siamo giunti a destinazione sani e salvi e alla fine, pur avendoci regalato più emozioni delle montagne russe di Gardaland non ci ha fatto pagare nulla, meglio di così.
Le conversazioni tendono ad essere un pò ripetitive e il lato spiacevole è che, nonostante gli dica in tutte le salse che io sono qui per fare una ricerca universitaria e punto, loro sono comunque convinti che dalla mia venuta possa nascere qualcosa di buono, così mi vengono sempre mostrati tutti i motivi di rimostranza col governo locale, dalla luce che non c’è, all’acqua potabile che in realtà è una pozzanghera melmosa, fino alla scuola che ha il tetto, ma non i muri, eccetera eccetera... Io annuisco, fotografo, e ripeto la mia filastrocca, sono solo uno studente e bla bla bla; se poi, per pura casualità, uno di questi giorni uno dei loro mille problemi verrà risolto, passerò alla storia come un eroe!
Curiosità incredibile: in un villaggeto particolarmente inutile e sperduto ho trovato, in terra, un volantino delle elezioni politiche italiane 2008.. “Fai una scelta di parte, vota la Sinistra l’Arcobaleno”. Una vera reliquia! ho avuto quasi un moto di commozione, chissà chi ce l’ha portato, e come (ma, soprattutto, perché??). Certo che è straordinario pensare che un altro di quei quattro pirla che, come me, ha votato (inutilmente) per quei quattro pirla sia passato di qua. Il destino.. L’ho guardato sorpreso, ho chiesto spiegazioni al mio interprete, che ovviamente non ne aveva, e poi l’ho ributtato nel fango, dove, in fondo, era giusto restasse.
Ho anche avuto il primo fraintendimento culturale di un certo livello di questo viaggio: invitato a pranzo da una signora ivoriana, mi è stato offerto ciò che lei ha definito un “aperitivo”. Non avevo una gran voglia di alcolici, dopo tutta la mattina a zonzo sotto il sole tropicale, a stomaco vuoto, stanco morto.. però, cavoli, solo per il fatto che in un posto così lontano dalle luci della civilità mi venisse proposto un baluardo di progresso come l’Aperitivo, mi sembrava scortese deluderla, così accetto convinto. “Chissà che cavolo mi porteranno”, mi domando, “basta che non sia un Negroni, che non voglio roba troppo forte”.. e mentre vago in questi pensieri da milanese all’estero, mi sento dire, “preferisci Vodka o Whisky?”. E prima di riuscire a realizzare, mi son trovato in mano un bicchiere pieno di Whisky sudafricano, l’ideale per stuzzicare l’appetito! Selvaggi..
E con questa chicca finale, vi saluto. Un abbraccio, a tutti
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