Tuesday, September 30, 2008

La caccia al serpente si è poi protratta per tutto il giorno successivo, senza alcun risultato; in compenso, durante la ricerca del velenosissimo rettile, abbiamo involontariamente stanato un altrettanto velenoso scorpione (che sembrava più un’aragosta, per le dimensioni..), prontamente giustiziato dopo le foto di rito.A me piaceva tanto svaccarmi in quel prato, la sera dopo lo studio, direi che mi è andata bene, viste le insidie che vi si celavano..

Dopo una faticosa giornata di addii e svariati bicchierini di akpeteshie, è giunta l’alba della partenza. Se già il mio umore non era alle stelle e il post sbornia non aiuta, l’usuale efficienza del taxista locale, presentatosi allegro e sorridente con più di mezzora di ritardo all’appuntamento pattuito (nonostante le mie insistenti raccomandazioni sulla puntualità..) è stata la ciliegina sulla torta e quando, giunto alla stazione, l’autobus era già pieno, ho fatto un corso accelerato e intensivo di italiche bestemmie a tutti i presenti. I locali non capivano il perché del mio disappunto, in fondo forse c’era un altro bus verso le dieci, bastava aspettare 4 ore... Così, mi son trovato a fare quello che tutti mi avevano assolutamente raccomandato di non fare, ossia imbarcarmi sul primo squinternato e stracarico pullmino diretto verso Kumasi e confidare nel destino. C’è di buono che l’incazzatura ha cancellato la tristezza, prima di partire ho avuto modo di consumare per l’ultima volta la mia colazione preferita (riso, pesce secco e zuppa di palma) e sul viaggio ho opportunisticamente abbordato un mio coetaneo dall’aria perbene diretto ad Accra, con cui la ricerca di un altro minibus per le congestionate strade di Kumasi è stata molto più semplice del temuto e giunto a destinazione mi ha anche risparmiato le estenuanti contrattazioni coi taxisti sanguisuga della capitale, aiutandomi a trovare il giusto tro tro (minibus particolarmente scassati che fungono da bus urbani) per arrivare a casa prima del tramonto. Insomma, una bella giornata, unico neo, mi son dimenticato a Kesekrom il bottiglione di vino di palma che avevo comprato per festeggiare il mio ritorno!

Mi sono, così, ricongiunto con la mia compagna di corso per gustarmi per l’ultima volta l’università di Legon, la sua efficiente biblioteca ed i succulenti manicaretti della mensa.. tutto sommato, non è poi troppo diverso dalla Bicocca o dalla Statale! Accra, partendo dal presupposto che in africa il termine “città” ha un significato diverso da quello che siamo abituati ad attribuirle in europa, non è poi un posto malvagio e in certi frangenti può avere un suo fascino: a perdersi nei viottoli delle zone popolari (compound di minicasette o baracche, affollate da uomini e animali di vario tipo..) non ci si sente mai a disagio o in pericolo, non c’è il traffico assassino dei grandi vialoni (rigorosamente privi di marciapiede..) e negli orari meno afosi quattro passi si fanno volentieri. La città ha anche un esteso lungomare abbastanza abbandonato a se stesso, un vasto campionario di edifici governativi in cui, se ti avvicini senza permesso, sparano a vista e delle zone residenziali che potrebbero richiamare Beverly Hills, non fosse per le polverose strade sterrate e venditori di cibarie varie a tutti gli incroci; in una di queste zone è situato il mio villino, precisamente dietro l’aeroporto, così sono ormai informato di tutti i decolli e gli atterraggi notturni del Kotoka International Airport..

Passeggiando per i viottoli la domenica, sono poi riuscito a risolvere l’ultimo dei grandi problemi di questo viaggio: il derby. Fortunatamente, quasi tutti i bar esponevano grosse lavagne, riportando trionfalmente “tonight, 6 pm, live AC Milan – Inter Milan”.. la partita iniziava alle sei e mezza ora locale, ma verso le 5 ero già seduto con la mia birra ad attendere smanioso il fischio d’inizio, gustandomi, con vari avventori locali, i goal della premier league. Qui vanno pazzi per qualunque tipo di match europeo e apprezzano tutte le grandi squadre, ma purtroppo devo ammettere che il recente acquisto di un nazionale ghanese da parte della seconda squadra di Milano faceva pendere le preferenze per quest’ultima. L’atmosfera era comunque molto bella: in breve il locale era strapieno e il pubblico, a differenza che da noi, apprezzava ogni bella azione, a prescindere dalla squadra; io, invece, gli ho fatto vedere come tifa un italiano e, per chi mi conosce, non occorre aggiungere altro. Diciamo che non è cosa di cui andare molto fieri, ma, considerando che alla fine il bene ha trionfato ed i selvaggi parevano alquanto divertiti dai miei pittoreschi comportamenti, ne è venuta fuori una bella serata, con alcuni scambi di battute di un certo livello (chissà se hanno capito il mio maccheronico “ball this dick”, concisa confutazione dellla tesi secondo cui Burdisso aveva preso la palla e non andava espulso..). Mi è stato fatto notare, da un imprenditore trentino in trasferta, che dovrei essere fiero di vedere tanta gente appassionarsi per l’incontro tra le due squadre della mia città, in una terra così lontana dalle luci del progresso (parabola satellitare a parte..); si, forse è vero, ma in realtà, da sincero sportivo quale sono, sarei più contento se una delle due sprofondasse in serie C, superfluo aggiungere quale..

E su queste note di italica follia, mi sembra giusto chiudere il blog, alla vigilia dell’ormai imminente ritorno alla civiltà: domani notte, infatti, la rediviva Alitalia mi riporterà a casa, almeno così pare.. Sperando di avere presto nuovi viaggi da raccontare, mi congedo con un inchino dai miei venticinque lettori. Un abbraccio a tutti, ci vediamo mercoledì! Valerio

Tuesday, September 23, 2008

E dopo un lungo silenzio, rieccomi qua. La mia permanenza al villaggio si è protratta molto più del previsto, un pò per le lungaggini organizzativi dell’Ong con cui dovevo viaggiare, un pò perché mi son trovato molto bene e di fretta di andarmene proprio non ne avevo. Così ho colto l’occasione per familiarizzare un pò con le varie autorità politiche del villaggio, tradizionali e non, e per godermi da vicino le vicissitudini quotidiane della mia famiglia adottiva.

Dopo quasi un mese, son riuscito a capire l’intricata rete di legami familiari tra le varie persone che gravitano intorno alla casa: quella che loro chiamano “famiglia allargata”, infatti, non è solo molto più estesa delle nostre asfittiche famiglie mononucleari, ma anche infinitamente più complessa. Fino a non molto tempo fa la poligamia era pratica diffusa e per un uomo avere molte mogli e molti figli segno di grande ricchezza; le persone più anziane ancora raccontano con orgoglio di avere perso il conto della discendenza che hanno messo al mondo. Oggi, un pò per il cristianesimo, un pò per i differenti costi dell’educazione della prole, in genere gli uomini hanno una sola moglie per volta e qualche figlio in meno; tuttavia, nulla vieta loro di avere tante mogli quante ne riescono a mantenere e la pratica del divorzio è molto diffusa, anche perché, sposandosi abbastanza presto, hanno tutto il tempo per cambiare idea e porvi rimedio. Aggiungiamo a questo che qui, usualmente, tra coetanei ci si chiama “fratelli”, mentre una persona di rango ed età più elevata è chiamata “mamma” o “papà” e capirete le mie difficoltà nel racapezzarmi. Alla fine ho imparato a distinguere tra i figli del primo matrimonio del mio padrone di casa (la cui prima moglie si mormora sia stata vittima di un attacco di stregoneria, per aver raccolto noci di palma dove non doveva..), i figli del primo matrimonio della sua seconda moglie (che la prima volta si era sposata troppo presto, secondo gli anziani) ed i figli che hanno fatto assieme. Sarà molto lontana dall’essere quella “famiglia naturale” spesso decantata da un noto crucco incomprensibilmente onnipresente, coi suoi bizzari indumenti porporati, sui nostri media, ma sotto molti aspetti mi sembra funzionare meglio.
Dopo il disorientamento iniziale, ho anche realizzato che mio “papà”, a Tanoso, è il mio anfitrione, mentre la sua vasta prole, tutti figli adottivi ereditati col suo secondo matrimonio, erano i miei “fratelli” (esclusi quelli più piccoli, cui ci si riferiva solo per nome); tuttavia non sono mai riuscito a chiamarli così, mi sembrava troppo strano, e li ho sempre definiti “amici”.

Ho avuto anche diverse conversazioni suggestive: i locali, vedendo la mia pelle delicata, mi chiedevano spesso se la mia famiglia era così ricca da potersi permettere di pagare sempre qualcuno per il lavoro nei campi, e restavano sorpresi nel sapere che dove vivo non esiste terra di cui le persone possano fruire, ma solo asfalto e cemento. Anche ad Accra e nelle altre grandi città, i supermercati sono roba da ricchi ed era strano, per loro, pensare che tutti, in Italia, acquistano le loro cibarie lì e non le colgano dal proprio orticello. Quando li aiutavo a sbrigare pratiche molto semplici, come raccogliere le noci di palma o separare i chicchi di mais dalla pannocchia (le uniche cose della vita contadina alla mia portata..), erano sempre in apprensione per le mie mani e alla prime vesciche mi vietavano di continuare, dicendo che la mia pelle da bianco non era adatta per questo tipo di lavori; non gli è venuto in mente (o forse hanno avuto la delicatezza di non farmelo pesare..) che in realtà è proprio perché non ho mai fatto un cazzo che la mia pelle è così fragile.

Mi facevano spesso domande un pò ingenue sull’Italia, a cui era sempre divertente rispondere; nel loro immaginario, viviamo in un mondo meraviglioso, in cui i politici non pensano ad arricchirsi come in Ghana, ma si preoccupano del bene della gente (ho subito provveduto a sfatare questo mito, raccontando le gesta del nostro attuale presidente del consiglio e, per par condicio, anche dei suoi predecessori..), tutti mangiano cibo in scatola, si svegliano tardi la mattina e possono fare più o meno quello che vogliono. E’ stato necessario sfatare anche quest’ultimo mito, soprattutto con chi, pensando che, in quanto occidentale, avessi risorse infinite, mi chiedeva soldi o regali senza alcuna apparente ragione; siccome sono un sincero democratico, non ho mai dato niente a nessuno, non voglio diffondere cattive abitudini e poi è colpa del capitalismo, se sono poveri, mica colpa mia!
Probabilmente dopo i miei racconti si son fatti l’idea che l’Italia è una specie di Ghana, per una serie di clamorosi colpi di fortuna inspiegabilmente più ricca, ma certo non meglio organizzata; del resto, delle vicende di Alitalia la radio locale ha parlato spesso e volentieri e la ridicolaggine della situazione era chiara anche senza le mie spiegazioni; fortunatamente si son tutti detti disponibili ad ospitarmi, qualora la nostra compagnia di bandiera fallisca prima del mio rientro, vedremo che accadrà la prossima settimana..

E poi è giunto l’atteso momento del viaggio ad Akontombra, il capoluogo del distretto confinante, con l’Ong locale. Dopo più di tre ore, abbiamo faticosamente coperto i 40 chilometri che separavano la nostra meta da Tanoso. Visto il viaggio, col pullmino stracarico che si lanciava in spericolate accelerazioni nelle fangose e scivolose discese per avere una spinta tale da superare le salite successive (fallendo regolarmente..), essere arrivati è già stato un risultato da non sottovalutare. Fortunatamente, essendo il minibus pieno di prestanti negroni, quando c’era da spingere potevo tranquillamente infiltrarmi tra la fiumana di donne e bambine che risalivano a piedi le pozzanghere nell’attesa che il mezzo si disincagliasse dal fango; e sempre fortunatamente, prima di una discesa particolarmente ripida, c’è stata un’insurrezione popolare preventiva, che ha spinto l’autista a farla tutta in “deparata”, adagiandosi delicatamente nei solchi scavati dalla pioggia, piuttosto che lanciarsi in una folla gimcana come suo costume.

Abbiamo poi girato nei vari villaggetti dei dintorni di Akontombra, dove lo staff dell’Ong provava a sensibilizzare genitori ed insegnanti sulle conseguenze del lavoro pesante per i bambini nei campi. Anzichè rincoglionirsi con playstation e televisione tra una merendina e l’altra, infatti, i bimbetti locali si devono occupare di tagliare l’erba e tenere pulita la scuola, non essendoci personale deputato a farlo, oltre a dare una mano ai genitori nei campi e a casa. Purtroppo durante la stagione di raccolta del cacao le esigenze famigliari sono tali per cui spesso i bimbi a scuola non ci vanno mai e il progetto dell’Ong era centrato su questo; tuttavia sono emerse altre problematiche singolari, tra cui insegnanti che, essendo stranieri, non hanno terreni propri e non trovano mai cibo, perché tutta la produzione del villaggio viene venduta fuori; insegnanti che chiedono agli studenti di lavorare per loro nei loro campi e, ciliegina sulla torta, insegnanti che si fanno tagliare unghie e capelli dagli studenti dopo le ore di lezione. Potrà sembrare strano, ma qui vige una rigida gerarchia nei rapporti sociali ed è normale dare delle commissioni ai più piccoli; ad esempio, capitava spesso che, seduti alla panchina col mio interprete, mandassimo un bambino a comprarci dell’acqua o del cibo, senza che lui dicesse niente e senza che il mio interprete lo ringraziasse o usasse cortesia alcuna. Non mi metteva molto a mio agio, ma tutto sommato, in quanto straniero occidentale, ero all’apice di questa rigida gerarchia, per cui dal barbiere non ho mai fatto la coda e ovunque andassi qualcuno si alzava per farmi sedere anche se non richiesto, o si offriva di portarmi lo zaino. Un pò imbarazzante, ma ai privilegi ci si abitua abbastanza in fretta.. fossi stato più in basso nella scala sociale, sicuramente la mia accettazione di usi e costumi locali sarebbe stata diversa!

Al ritorno, fortunatamente, l’Ong ci ha dato un passaggio, sul portapacchi del camioncino.. inutile aggiungere che nelle tre ore di viaggio non ha mai smesso di piovere, che per strada abbiamo raccolto ogni genere di passante, così da essere stipati tali quali nel pulmino (ma all’aperto sotto il diluvio..) e che ogni salita era un’impantanata. Il lato positivo della cosa è che la lunga doccia non prevista è stata il primo lavaggio, dopo quasi due mesi, dei miei poveri jeans (a Tanoso pensavo di stare poco e non mi sono portato un ricambio..), dei quali ormai avevo scordato il colore originario. La sera, però, ho provveduto prontamente a vanificare gli effetti benefici della pioggia rovesciandomi addosso una scodella piena di zuppa di pesce! E mentre attendevo che i pantaloni si asciugassero, ho fatto una passeggiatina nel villaggio con indumenti tradizionali prestati dal papà, suscitando curiosità e ilarità nei selvaggi... qui tutti hanno un nome legato al giorno della loro nascita, in virtù del quale sono diventato Kweku (nato di mercoledì); dopo la mia serata in abiti tradizionali, sono stato promosso a Nana (capo) Kweku! Chissà, forse con un pò di tempo in più avrei potuto fare strada, nel sistema politico locale e, visti i tempi che corrono e l’utilità della mia laurea nel mercato del lavoro, sarebbe stato uno sbocco professionale da non sottovalutare.

Purtroppo, come tutte le belle esperienze, anche questa è volata via in un attimo e sabato mi sono dovuto congedare dalla mia famiglia adottiva, spezzando il cuore di varie bimbette under 14 (fascia d’età, al pari della over 70, sulla quale sono un implacabile Dongiovanni..). Ormai si era creato un clima molto bello: avevo imparato tutti i loro giochi, nonché buona parte delle canzoncine ed è stato un addio particolarmente doloroso; le bimbe avevano i lacrimoni e tutta la famiglia era commossa, regina madre compresa. Ho promesso che farò del mio meglio per ritornare, un giorno, ma chissà se succederà mai. Fortunatamente il ritorno dagli amici di Kesekrom mi ha fatto passare in fretta il magone, anche questa, ormai, è come una casa. Domani, ahimè, partirò per Accra ed ho deciso di prendere il pullman all’alba mentre tutti dormono, così da congedarmi in sordina ed evitare un secondo bagno di lacrime (e con un pò di fortuna raggiungere la mia meta prima che faccia buio..). Sarà il mio ultimo viaggio in terra ghanese (spero meno travagliato dei precedenti..), poi le ultime formalità ad Accra e chissà: ho letto che l’asta per l’acquisto di Alitalia chiude alle 12 del 30 settembre e, senza compratori, si chiude. Il volo che mi riporterà a casa dovrebbe partire da Roma Fiumicino alle 15 di quel giorno, staremo a vedere come finirà il giallo.. In attesa di buone nuove dalla patria, vi saluto, per l’ultima volta in terra Sefwi. Ormai, posso dire, a presto! forse..

P.S: Mentre stavo terminando di scrivere, strani figuri armati di badili e macheti si aggiravano misteriosamente nel cortile.. ho poi scoperto che un black mamba si è intrufolato di nascosto nel giardino e purtroppo l’improvvisato team di acchiapaserpenti non è riuscito ad ucciderlo, quindi mi hanno raccomandato massima cautela.. mah, speriamo bene, sarebbe una beffa essere mozzicati proprio ad un passo dal traguardo!

Wednesday, September 3, 2008

Purtroppo il capo della ong locale non era guarito, ma si è premunito di dirmelo solo dopo un lungo e periglioso viaggio sul minibus più strapieno del mondo per raggiungere il luogo dell’appuntamento.. Ce ne vuole di pazienza, con questi selvaggi!

Comunque, non tutti i mali vengono per nuocere: i villaggetti me li girerò nel finesettimana e per il momento mi sono installato presso una famiglia a Tanoso, un piccolo villaggio sulle rive del fiume Tano, a poche miglia da Wiawso. La mia villetta di Kesekrom è veramente bella e ci tornerò volentieri, anche perché ormai ho molti amici lì; però la vita nella mia famiglia adottiva (per la cronaca, i reali di Tanoso, mica i primi pirla!) ha tutto un altro fascino: mi viene sempre riservata ogni attenzione e nei numerosi tempi morti che costellano le giornate africane posso dilettarmi coi loro tre mocciosetti, anche se, appena ci si mette a giocare, tutta la prole del villaggio accorre rumorosa. Della loro lingua ormai ho imparato le parole fondamentali per trattare coi bimbi (“no”, “ti picchio”, “va via”, “stai fermo”) e ci si diverte, almeno finché la madre non ha bisogno del loro aiuto in cucina e le bastano un paio di frasi brusche per riportare la quiete e mettere i monelli a lavare i piatti o accendere il fuoco. Proteste, da parte loro, non ne ho mai sentite, del resto basta che tardino un minimo ad eseguire gli ordini e subito volano oggetti. La sorella maggiore è ancora più sbrigativa: la prima volta chiede e se l’ordine non viene eseguito, si limita a mettere mano al bastone.. le basta impugnarlo perché i bambini schizzino a fare quello che viene chiesto, ma il fatto che siano così reattivi mi fa pensare che abbiano già avuto modo di saggiarne la durezza. Così si educano i figli!
Dopo cena (ossia verso le sei, appena prima che faccia buio..) il pater familias mette sempre la musica a palla, scatenando l’euforia generale; a grande richiesta, mi sono unito anch’io alle loro danze, e la mia popolarità ha raggiunto i massimi storici, al punto che anche la regina madre, una vecchia burbera incartapecorita, si è unita a noi tutta felice. Poi, un bel momento, viene staccata la corrente e allora il villaggio sprofonda nelle tenebre e nel silenzio. Alle dieci già non c’è anima viva, le uniche luci che si vedono sono quelle delle storme di lucciole, braccate da contingenti di rospi giganti, e il cielo stellato sopra di me (nei rari momenti in cui non piove..)

La casa è uno dei loro tipici compound a ferro di cavallo: su un lato ci sono due stanze, per il cibo e gli arnesi da cucina; lungo la facciata principale sono disposte le lussuose stanze da letto, che consistono di una finestra e un letto; sull’altro lato c’è un’ariosa veranda, dove passo gran parte del mio tempo, leggendo o cazzeggiando coi bimbi (più la seconda, mi sa..). Al centro di questa grossa C c’è quello che potremmo definire un cortile, ma in realtà funge da cucina, con un bel focolare nel mezzo; il tutto è chiuso dalla stalla per le pecore e dal granaio per il raccolto (Tanoso è una delle poche zone ricche di risaie).
La doccia merita una menzione speciale: appena fuori dal cortile, c’è questo piccolo edificio di cemento, poco più basso di me e senza tetto; si va lì col secchio e, salutando i passanti con la testa che sporge dal muro, ci si rovescia l’acqua gelida addosso, e la doccia è fatta. Sembrerà masochistico, ma la mattina appena alzato, mentre il villaggio si sveglia e il primo sole colora il cielo di lillà, è veramente tonificante. Lo stesso edificio è usato anche come orinatoio, mentre la descrizione del cesso per fare cose un pò più consistenti ve la risparmio, dico solo che è veramente il luogo più fetido e maleodorante in cui abbia mai messo piede.. mai desiderato tanto la stitichezza!

Anche qui la domenica è un giorno sacro ed io cerco di onorarla nel migliore dei modi. Così, non potendo assistere all’apertura del campionato patrio, ho comunque trovato un modo per essere spiritualmente in sintonia coi milanisti lontani: sono andato allo stadio di Kumasi, la seconda città del Ghana, a vedere una partita della coppa dei campioni africana (Confederations Cup). L’Asante Kotoko, squadra molto apprezzata a Kumasi e dintorni, ospitava un’ostica compagine sudanese per il secondo turno della fase a gironi della coppa. Con un amico di Kesekrom abbiamo raggiunto lo stadio, in pieno centro cittadino, ci siamo fatti un cicchettino beneaugurante di Akpeteshie e un rapido pranzo a base di banku al baracchino di fronte allo stadio, dove grazie allo stendardo del Kotoko acquistato poco prima mi sono fatto un pò di amici. Poi, la partita.
Rispetto ai nostri stadi non c’è quella degradazione umana che in genere caratterizza questi eventi: il pubblico è partecipe e rumoroso (specialmente dopo i numerosi e grossolani errori sottoporta della squadra di casa..), senza, però, raggiungere le vette estreme che si vedono in Italia. Certo, non è il calcio sopraffino con cui l’AC Milan (qui lo chiamano così per distinguerlo dall’altra squadra di Milano) delizia San Siro e la tifoseria ospite non era granché rappresentata (non credo siano in molti, in Sudan, a potersi permettere di attraversare tre fusi orari e migliaia di chilometri di deserto per vedere una partita); comunque, una partita vivace e ricca di occasioni da gol. Dopo un inizio arrembante sospinto dal proprio pubblico, sembrava che il Kotoko fosse ormai rassegnato al pareggio e quando già la gente mugugnava delusa, un tiraccio sbilenco, figlio un’azione pasticciata, passa fortunosamente sotto la pancia del portiere, regalando, all’ultimo minuto, la vittoria e la testa del girone (a pari punti, però, con tunisini, angolani e sudanesi). Raggiungere la stazione degli autobus per tornare a Tanoso è stata un’impresa ardua, tra fiumane di tifosi e caroselli di macchine festanti. Per radio la gente continuava a telefonare insultando comunque l’allenatore (in questo non sono molto diversi da noi..), mentre un’ampia rubrica è stata dedicata al campionato italiano, ma io fortunatamente non capivo e il mio amico, conscio della mia fede, non ha voluto infierire. E vabbè, il campionato è lungo.. Ora spero solo che il Kotoko riesca a vincere questa Confederation Cup e poi, con un pò di fortuna, ad ereditare dal Milan il titolo di campione del mondo, a dicembre, in Giappone.. la vedo piuttosto dura, ma tiferò per loro!

E’ ora di disconnettersi e tornare nel “bush”, un abbraccio a tutti!