E dopo un lungo silenzio, rieccomi qua. La mia permanenza al villaggio si è protratta molto più del previsto, un pò per le lungaggini organizzativi dell’Ong con cui dovevo viaggiare, un pò perché mi son trovato molto bene e di fretta di andarmene proprio non ne avevo. Così ho colto l’occasione per familiarizzare un pò con le varie autorità politiche del villaggio, tradizionali e non, e per godermi da vicino le vicissitudini quotidiane della mia famiglia adottiva.
Dopo quasi un mese, son riuscito a capire l’intricata rete di legami familiari tra le varie persone che gravitano intorno alla casa: quella che loro chiamano “famiglia allargata”, infatti, non è solo molto più estesa delle nostre asfittiche famiglie mononucleari, ma anche infinitamente più complessa. Fino a non molto tempo fa la poligamia era pratica diffusa e per un uomo avere molte mogli e molti figli segno di grande ricchezza; le persone più anziane ancora raccontano con orgoglio di avere perso il conto della discendenza che hanno messo al mondo. Oggi, un pò per il cristianesimo, un pò per i differenti costi dell’educazione della prole, in genere gli uomini hanno una sola moglie per volta e qualche figlio in meno; tuttavia, nulla vieta loro di avere tante mogli quante ne riescono a mantenere e la pratica del divorzio è molto diffusa, anche perché, sposandosi abbastanza presto, hanno tutto il tempo per cambiare idea e porvi rimedio. Aggiungiamo a questo che qui, usualmente, tra coetanei ci si chiama “fratelli”, mentre una persona di rango ed età più elevata è chiamata “mamma” o “papà” e capirete le mie difficoltà nel racapezzarmi. Alla fine ho imparato a distinguere tra i figli del primo matrimonio del mio padrone di casa (la cui prima moglie si mormora sia stata vittima di un attacco di stregoneria, per aver raccolto noci di palma dove non doveva..), i figli del primo matrimonio della sua seconda moglie (che la prima volta si era sposata troppo presto, secondo gli anziani) ed i figli che hanno fatto assieme. Sarà molto lontana dall’essere quella “famiglia naturale” spesso decantata da un noto crucco incomprensibilmente onnipresente, coi suoi bizzari indumenti porporati, sui nostri media, ma sotto molti aspetti mi sembra funzionare meglio.
Dopo il disorientamento iniziale, ho anche realizzato che mio “papà”, a Tanoso, è il mio anfitrione, mentre la sua vasta prole, tutti figli adottivi ereditati col suo secondo matrimonio, erano i miei “fratelli” (esclusi quelli più piccoli, cui ci si riferiva solo per nome); tuttavia non sono mai riuscito a chiamarli così, mi sembrava troppo strano, e li ho sempre definiti “amici”.
Ho avuto anche diverse conversazioni suggestive: i locali, vedendo la mia pelle delicata, mi chiedevano spesso se la mia famiglia era così ricca da potersi permettere di pagare sempre qualcuno per il lavoro nei campi, e restavano sorpresi nel sapere che dove vivo non esiste terra di cui le persone possano fruire, ma solo asfalto e cemento. Anche ad Accra e nelle altre grandi città, i supermercati sono roba da ricchi ed era strano, per loro, pensare che tutti, in Italia, acquistano le loro cibarie lì e non le colgano dal proprio orticello. Quando li aiutavo a sbrigare pratiche molto semplici, come raccogliere le noci di palma o separare i chicchi di mais dalla pannocchia (le uniche cose della vita contadina alla mia portata..), erano sempre in apprensione per le mie mani e alla prime vesciche mi vietavano di continuare, dicendo che la mia pelle da bianco non era adatta per questo tipo di lavori; non gli è venuto in mente (o forse hanno avuto la delicatezza di non farmelo pesare..) che in realtà è proprio perché non ho mai fatto un cazzo che la mia pelle è così fragile.
Mi facevano spesso domande un pò ingenue sull’Italia, a cui era sempre divertente rispondere; nel loro immaginario, viviamo in un mondo meraviglioso, in cui i politici non pensano ad arricchirsi come in Ghana, ma si preoccupano del bene della gente (ho subito provveduto a sfatare questo mito, raccontando le gesta del nostro attuale presidente del consiglio e, per par condicio, anche dei suoi predecessori..), tutti mangiano cibo in scatola, si svegliano tardi la mattina e possono fare più o meno quello che vogliono. E’ stato necessario sfatare anche quest’ultimo mito, soprattutto con chi, pensando che, in quanto occidentale, avessi risorse infinite, mi chiedeva soldi o regali senza alcuna apparente ragione; siccome sono un sincero democratico, non ho mai dato niente a nessuno, non voglio diffondere cattive abitudini e poi è colpa del capitalismo, se sono poveri, mica colpa mia!
Probabilmente dopo i miei racconti si son fatti l’idea che l’Italia è una specie di Ghana, per una serie di clamorosi colpi di fortuna inspiegabilmente più ricca, ma certo non meglio organizzata; del resto, delle vicende di Alitalia la radio locale ha parlato spesso e volentieri e la ridicolaggine della situazione era chiara anche senza le mie spiegazioni; fortunatamente si son tutti detti disponibili ad ospitarmi, qualora la nostra compagnia di bandiera fallisca prima del mio rientro, vedremo che accadrà la prossima settimana..
E poi è giunto l’atteso momento del viaggio ad Akontombra, il capoluogo del distretto confinante, con l’Ong locale. Dopo più di tre ore, abbiamo faticosamente coperto i 40 chilometri che separavano la nostra meta da Tanoso. Visto il viaggio, col pullmino stracarico che si lanciava in spericolate accelerazioni nelle fangose e scivolose discese per avere una spinta tale da superare le salite successive (fallendo regolarmente..), essere arrivati è già stato un risultato da non sottovalutare. Fortunatamente, essendo il minibus pieno di prestanti negroni, quando c’era da spingere potevo tranquillamente infiltrarmi tra la fiumana di donne e bambine che risalivano a piedi le pozzanghere nell’attesa che il mezzo si disincagliasse dal fango; e sempre fortunatamente, prima di una discesa particolarmente ripida, c’è stata un’insurrezione popolare preventiva, che ha spinto l’autista a farla tutta in “deparata”, adagiandosi delicatamente nei solchi scavati dalla pioggia, piuttosto che lanciarsi in una folla gimcana come suo costume.
Abbiamo poi girato nei vari villaggetti dei dintorni di Akontombra, dove lo staff dell’Ong provava a sensibilizzare genitori ed insegnanti sulle conseguenze del lavoro pesante per i bambini nei campi. Anzichè rincoglionirsi con playstation e televisione tra una merendina e l’altra, infatti, i bimbetti locali si devono occupare di tagliare l’erba e tenere pulita la scuola, non essendoci personale deputato a farlo, oltre a dare una mano ai genitori nei campi e a casa. Purtroppo durante la stagione di raccolta del cacao le esigenze famigliari sono tali per cui spesso i bimbi a scuola non ci vanno mai e il progetto dell’Ong era centrato su questo; tuttavia sono emerse altre problematiche singolari, tra cui insegnanti che, essendo stranieri, non hanno terreni propri e non trovano mai cibo, perché tutta la produzione del villaggio viene venduta fuori; insegnanti che chiedono agli studenti di lavorare per loro nei loro campi e, ciliegina sulla torta, insegnanti che si fanno tagliare unghie e capelli dagli studenti dopo le ore di lezione. Potrà sembrare strano, ma qui vige una rigida gerarchia nei rapporti sociali ed è normale dare delle commissioni ai più piccoli; ad esempio, capitava spesso che, seduti alla panchina col mio interprete, mandassimo un bambino a comprarci dell’acqua o del cibo, senza che lui dicesse niente e senza che il mio interprete lo ringraziasse o usasse cortesia alcuna. Non mi metteva molto a mio agio, ma tutto sommato, in quanto straniero occidentale, ero all’apice di questa rigida gerarchia, per cui dal barbiere non ho mai fatto la coda e ovunque andassi qualcuno si alzava per farmi sedere anche se non richiesto, o si offriva di portarmi lo zaino. Un pò imbarazzante, ma ai privilegi ci si abitua abbastanza in fretta.. fossi stato più in basso nella scala sociale, sicuramente la mia accettazione di usi e costumi locali sarebbe stata diversa!
Al ritorno, fortunatamente, l’Ong ci ha dato un passaggio, sul portapacchi del camioncino.. inutile aggiungere che nelle tre ore di viaggio non ha mai smesso di piovere, che per strada abbiamo raccolto ogni genere di passante, così da essere stipati tali quali nel pulmino (ma all’aperto sotto il diluvio..) e che ogni salita era un’impantanata. Il lato positivo della cosa è che la lunga doccia non prevista è stata il primo lavaggio, dopo quasi due mesi, dei miei poveri jeans (a Tanoso pensavo di stare poco e non mi sono portato un ricambio..), dei quali ormai avevo scordato il colore originario. La sera, però, ho provveduto prontamente a vanificare gli effetti benefici della pioggia rovesciandomi addosso una scodella piena di zuppa di pesce! E mentre attendevo che i pantaloni si asciugassero, ho fatto una passeggiatina nel villaggio con indumenti tradizionali prestati dal papà, suscitando curiosità e ilarità nei selvaggi... qui tutti hanno un nome legato al giorno della loro nascita, in virtù del quale sono diventato Kweku (nato di mercoledì); dopo la mia serata in abiti tradizionali, sono stato promosso a Nana (capo) Kweku! Chissà, forse con un pò di tempo in più avrei potuto fare strada, nel sistema politico locale e, visti i tempi che corrono e l’utilità della mia laurea nel mercato del lavoro, sarebbe stato uno sbocco professionale da non sottovalutare.
Purtroppo, come tutte le belle esperienze, anche questa è volata via in un attimo e sabato mi sono dovuto congedare dalla mia famiglia adottiva, spezzando il cuore di varie bimbette under 14 (fascia d’età, al pari della over 70, sulla quale sono un implacabile Dongiovanni..). Ormai si era creato un clima molto bello: avevo imparato tutti i loro giochi, nonché buona parte delle canzoncine ed è stato un addio particolarmente doloroso; le bimbe avevano i lacrimoni e tutta la famiglia era commossa, regina madre compresa. Ho promesso che farò del mio meglio per ritornare, un giorno, ma chissà se succederà mai. Fortunatamente il ritorno dagli amici di Kesekrom mi ha fatto passare in fretta il magone, anche questa, ormai, è come una casa. Domani, ahimè, partirò per Accra ed ho deciso di prendere il pullman all’alba mentre tutti dormono, così da congedarmi in sordina ed evitare un secondo bagno di lacrime (e con un pò di fortuna raggiungere la mia meta prima che faccia buio..). Sarà il mio ultimo viaggio in terra ghanese (spero meno travagliato dei precedenti..), poi le ultime formalità ad Accra e chissà: ho letto che l’asta per l’acquisto di Alitalia chiude alle 12 del 30 settembre e, senza compratori, si chiude. Il volo che mi riporterà a casa dovrebbe partire da Roma Fiumicino alle 15 di quel giorno, staremo a vedere come finirà il giallo.. In attesa di buone nuove dalla patria, vi saluto, per l’ultima volta in terra Sefwi. Ormai, posso dire, a presto! forse..
P.S: Mentre stavo terminando di scrivere, strani figuri armati di badili e macheti si aggiravano misteriosamente nel cortile.. ho poi scoperto che un black mamba si è intrufolato di nascosto nel giardino e purtroppo l’improvvisato team di acchiapaserpenti non è riuscito ad ucciderlo, quindi mi hanno raccomandato massima cautela.. mah, speriamo bene, sarebbe una beffa essere mozzicati proprio ad un passo dal traguardo!
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