Monday, August 25, 2008

Ormai nel villaggetto mi sento proprio a casa e ridendo e scherzando già comincia l’ultima settimana di agosto! Vola, il tempo.. Immagino che per molti sarà un periodo un pò triste, con le giornate sempre più corte e lavoro e studio che incombono. Il bello dei tropici è che la lunghezza dei giorni non cambia mai, quindi non ci si rende conto del tempo che passa e dell’estate che finisce. Ma pagherò tutto questo a ottobre, quando sbarcherò a Linate con le mie magliettine leggere, e verrò accolto dall’umido gelo lombardo.. Per ora, non pensiamoci!

Questa settimana ho conosciuto un pò di autorità “non tradizionali” dell’area, burocrati, amministratori, imprenditori. Diciamo che sono ritornato ad avere a che fare con gente “civilizzata”, che non chiede alcolici per concedere udienza e in compenso ti liquida il più in fretta possibile, con fare invariabilmente scocciato e supponente. Tra il manager dell’ospedale e quello dell’agenzia del cacao non so chi fosse più sgradevole, baldanzosi burocrati a immagine e somiglianza dei loro corrispettivi occidentali. E subito ho rimpianto i cari, vecchi capi ubriaconi dei villaggetti più anonimi e sperduti..

Un simpatico diversivo è stato la giornata con l’equipé della “salute pubblica”, che visita mensilmente i villaggi per verificare lo stato dei salute dei bambini più piccoli. Un’esperienza molto interessante: nel palazzo del capo (un normale edificio in muratura abbastanza spartano, ma in genere il più grande del villaggio, in quanto luogo delle udienze del capo e di raduno della popolazione per eventi collettivi, come feste o assemblee) vengono predisposte una bilancia dove verificare la crescita dei bimbi e un angolino per le vaccinazioni. Le mamme del villaggio si radunano con prole, formando una schiamazzante fila e nel giro di pochi minuti è tutto un frignare di bimbetti terrorizzati dalla bilancia e dalle punture. Le infermiere danno anche raccomandazioni alimentari ed igieniche e distribuiscono vitamine per integrare la dieta non sempre molto varia dei bimbetti. Le mamme ci tenevano particolarmente a farmi socializzare coi rispettivi marmocchi, nonostante la maggior parte di loro, alla vista di un lugubre uomo pallido pallido, scoppiasse a piangere terrorizzato! Chissà se, come noi abbiamo l’uomo nero per i bimbi cattivi, loro hanno l’uomo bianco, un esangue mostro di colorazione lattiginosa che tormenta i monelli dispettosi.. Nell’occasione ho anche ricevuto una proposta di matrimonio piuttosto particolare: mi era già capitato, infatti, che distinte signore mi offrissero in sposa le loro giovani figliole; qui, invece, mi è stata data in braccio una mocciosa di pochi mesi e mentre lei si divincolava terrorizzata per fuggire dalle mie grinfie, la madre, impassibile dinnanzi al terrore della figlia, ha colto l’occasione per propormi un matrimonio con la lattante. Per una volta non ho dovuto rifiutare imbarazzato, ma mi sono preso una ventina d’anni per pensarci e farle sapere, del resto, perché precludersi certe possibilità?

Ho capito che una delle cose che mi affascina maggiormente è poter vedere con chiarezza tutto il ciclo della produzione del cibo, dall’estrazione dei tuberi nei campi al pastone di turno che mi trovo nel piatto. Questa settimana, recandomi nella distilleria del paese (una tettoia di paglia in mezzo alla foresta..) mi sono dedicato alla preparazione dei loro alcolici principali, ossia il vino di palma e l’akpeteshie, il liquore ufficiale dei capi. Quando una palma è vecchia e non fa più noci viene abbattutta, ne viene inciso il tronco e viene raccolto in apposite taniche il liquido che ne esce, una resina bianchiccia piuttosto fluida. Questo è il vino di palma: è molto dolce e leggero, come un succo di frutta lievemente alcolico, davvero buono! Ma per dei palati fini come loro, ci vuole ben altra gradazione alcolica, così distillano il tutto, mettendo un gran quantitativo di vino di palma in un grosso bidone metallico sul fuoco, facendolo bollire, evaporare e, successivamente, raffreddare attraverso un rudimentale apparato di tubi di plastica, che dal calderone convoglia il distillato nelle bottiglie, passando attraverso un lurido acquitrino “di raffredamento”. Buono anche questo, seppur la loro barbara abitudine di berne grossi quantitativi a stomaco vuoto alla goccia non sempre ne faccia apprezzare pienamente il sapore.

La seconda pietanza che ho potuto veder nascere dalle origini è stato, finalmente, il rattone! Il custode della mia casetta, infatti, si è presentato con un bel topaccio grigio, appena catturato. Lo ha bruciacchiato ben bene, per poi grattar via tutti i peli; poi lo ha sventrato, buttando via il suo maleodorante intestino, e smembrato in piccoli pezzi. Nella dispensa, tra le zampe di vacca e i lumaconi giganti, faceva la sua porca figura. L’ho mangiato stufato col fufu e devo dire che, se ci sono varie ragioni per cui l’umanità da secoli preferisce non nutrirsi di topi (sono piccoli e non vale la pena cacciarli, in città mangiano le peggio schifezze, eccetera eccetera), tutto sommato il sapore non era malaccio, ricordava il pollo, con una venatura un pò più amarognola e selvatica. Non so quanti lo riconoscerebbero, se se lo ritrovassero nel piatto.. Tuttavia, ho faticato più del previsto a papparmelo: le zampette facevano un pò impressione e spolpare la testa e la coda è stato un vero supplizio. Comunque, un pasto più che dignitoso! Un’altra prelibata fonte proteica sono i lumaconi, che si mangiano anche in italia e sono teneri e saporiti (ricordano un pò i funghi, come sapore e consistenza); purtroppo ho commesso l’errore di comprarne troppi, così per una settimana ho dovuto sventare vari tentativi di fuga dalla dispensa e vedere quelle tenere antennine che cercavano una via uscita mi faceva sentire un pò in colpa. Ma in fondo è destino di ogni essere vivente, un giorno, morire e diventare nutrimento per qualcun altro, l’assuefazione al supermercato fa dimenticare questa banale verità. Alla fine mi sono tenuto un grosso guscio come ricordo, per onorare la memoria di uno dei miei pasti migliori, che ha trovato degna sepoltura nel mio stomaco.

Il fatto che una gloriosa stirpe di cacciatori delle foreste oggi riesca a procacciarsi solo lumaconi, topacci e qualche “cricetone” (non saprei come chiamarlo, è l’altra selvaggina della foresta e sembra un grosso criceto, molto più buono del ratto) non è dovuto a un improvviso rincoglionimento dei locali, ci sono delle ragioni precise per questa barbara involuzione. Un tempo, infatti, la foresta era rigogliosa e i selvaggi campavano disboscando quel che occorreva per coltivarsi un pò di verdura e cacciando bestie serie, tipo antilopi o altri grossi ungulati. Vivendo da selvaggi, l’espansione demografica era limitata e se per caso cominciavano ad essere in troppi, bastava vendere un pò di schiavi agli europei, ben felici di portarseli nel nuovo mondo a costruire un futuro di ricchezza e prosperità (per noi..). Questi erano gli anni d’oro dell’impero asante, che prosperò in Ghana commerciando oro e schiavi finché, un giorno, gli inglesi pensarono che era più conveniente sfruttare la manodopera direttamente in loco, piuttosto che spendere per trasportarla in un altro continente, magari perdendone buona parte per malattie e sfighe varie. Così, sottomisero l’impero asante e portarono la civiltà nella foresta, iniziando a coltivare cacao ed esportare legname. I maschi dominanti locali, che prima procacciavano il cibo catturando bestioni, si riciclarono in disboscatori e coltivatori di cacao, per portare a casa le sterline con cui mantenere la famiglia, mentre le donne continuarono ad occuparsi della casa e delle coltivazioni per la sussistenza. Inevitabilmente, la rigogliosa foresta non restò rigogliosa molto a lungo, anche perché la gente cominciò a migrare dal nord per coltivare il danaroso cacao e con le luci della civiltà e la fine della tratta degli schiavi la popolazione aumentò enormemente. Quando il Ghana, primo paese dell’africa nera, conquistò l’indipendenza, provò a variare un pò le sua fonti di ricchezza, ma le cose si sono rivelate più difficili del previsto (anche perché, insomma, a noi il nesquik alla mattina piace e il legname ci serve!) e dopo turbolente vicende politiche e governi di vario tipo, il cacao e il legname, destinati esclusivamente all’esportazione, sono tuttora le uniche attività economiche importanti dell’area. Così, la foresta è diventata boscaglia, le antilopi topi, e di frutta e verdura si coltiva il minimo indispensabile per campare, essendo il cacao la coltura redditizia.

Dopo questa brillante ricostruzione storica, vi saluto. Settimana prossima, se il capo di un’ong locale è guarito, girerò un pò di villaggi per vedere i loro progetti e poi mi fermerò alcuni giorni in uno di questi, quindi può darsi non avrete mie notizie per un pò. Baci a tutti, belli e brutti.

1 comment:

.manu. said...

bhhhhhllll!
molto meglio le proteine del pacifico occidentale! ;)