Monday, August 11, 2008

Ciao a tutti,

Dopo le difficoltà dei primi giorni, sono riuscito ad avere una connessione tale da poter scrivere su blog, così, eccomi qua.

Che dire, dalla scorsa settimana non ci sono stati grossi cambiamenti: sto continuando il mio quotidiano girovagare di capo in capo tra sperduti paesini in mezzo a quella che un tempo era una rigogliosa foresta tropicale ed è oggi divenuta ostica boscaglia. Ovviamente questa è la stagione delle piogge e questo fatto, unitamente all’elevata qualità delle strade e ad una certa creatività degli autisti, mi sta regalando non poche emozioni. Vari taxisti si sono contesi la palma del conducente più inquietante e, sebbene il capo ubriacone della scorsa settimana al momento resti ineguagliato, ce ne sono stati altri degni di nota.
Il primo soggetto, animato dal saggio e condivisibile proposito di risparmiare carburante, non si limitava, nei tratti di discesa, a mettere in folle (come la maggior parte dei suoi avveduti colleghi), bensì spegneva direttamente il motore, per poi riaccenderlo all’approssimarsi delle salite. Peccato che la sua macchina non fosse proprio un mostro di affidabilità ed in breve ci siam trovati bloccati a motore spento in una conca sperduta sotto il diluvio universale. Fortunatamente, con qualche sana imprecazione nella sua lingua ed un apparentemente insensato armeggiare nel cofano, il bolide ha ripreso ruggendo la sua corsa ed il conducente, in un impeto di buonsenso, ha rinunciato alla sua parsimoniosa pratica nelle discese successive.
Non così a buon mercato ce la siamo cavata quando un altro intrepido taxista ha deciso di affrontare una delle salite più impervie della storia sotto un acquazzone che ha rapidamente trasformato la strada in una cascata melmosa. Il fatto che fossimo in 8 su un’auto a 5 posti non ha certo giovato ed in breve ci siam trovati a spingere il veicolo lungo la salita, mentre le ruote, girando a vuoto nella melma, ci hanno rapidamente ricoperti di fango. Intervistando il capo conciato peggio di un profugo, mi chiedevo se questa mia rusticità accrescesse, ai loro occhi, il rispetto per l’antropologo, o fosse, al contrario, il definitivo colpo di grazia ad ogni mia velleità di autorevolezza.

Al di la dei frequenti contrattempi, girare i villaggi è davvero una bella esperienza: si tratta di comunità di contadini che vivono in un ambiente molto suggestivo per chi è nato e cresciuto nella monotona pianura padana (bananeti, palme, boschi di cacao, capanne di fango e altre amenità simili); tante volte, poi, capisco come si deve sentire un pesce in un acquario, circondato da storme di bambini che battono sul vetro solo per il gusto di vederlo reagire, non importa come né perché. Non essendoci vetri su cui battere, i monelli locali si limitano a ripetere cantilenanti la parola obruni (“bianco” nella lingua locale) finché non mi girò a fare qualche faccia strana e allora ridono e strillano eccitati qualunque minchiata faccia. E’ anche simpatico, ma alla lunga....

Nel corso della settimana, è accaduto un fatto alquanto increscioso, nel villaggio: la dama è caduta dall’albero su cui viene usualmente riposta ed è andata in mille pezzi. Il vecchio che la custodisce gelosamente sedeva triste e solo, sulla panchina, contemplandone malinconico le reliquie. Fortunatamente, nel giro di pochi giorni è riuscito a procurarsene un’altra ed è tornato felice al suo ruolo di re della panchina, a gestire i tornei che tanto allietano il paese.

Nell’attesa che questo luogo di sollazzo generale venisse ripristinato, ho finalmente scoperto ciò che da sempre stavo cercando, senza rendermene conto: un bel bar. Se fino ad ora a quella parola mi era sempre stato indicato lo spoglio e austero spaccio in cui si possono comprare alcolici d’ogni tipo, una sera, con altri orfani della dama, ci siamo avventurati fino all’estrema periferia del villaggio, laddove il bananeto si fa fitto e separa l’arido terreno del villaggio dalle piantagioni di cacao (un minuto a piedi da da casa mia, per dar l’idea delle dimensioni..). Lì ho scoperto che quella che sembrava essere un’anonima capanna di fango e bambù, in realtà può trasformarsi in pub di tutto rispetto: ci siamo seduti attorno a un tavolo, con una bottiglia del beverone che rifilo sempre ai capi, un potente distillato di vino di resina di palma. Sebbene l’idea di un liquore a base di palma possa lasciare qualche dubbio, devo dire che non è affatto male, assomiglia alla grappa, forse un filo più acida. E’ comunque incoraggiante vedere come ovunque, nel mondo, si trovi il modo di far fermentare un qualsivoglia vegetale (o, in mancanza di meglio, latticino..) per ottenerne potenti distillati alcolici; probabilmente è questo l’unico vero universale dell’umanità.

Nel corso delle mie interviste mi sono reso conto di come questo beverone abbia su alcuni locali lo stesso effetto della luce di una lampada sulle falene: oltre un paio di capi coi quali il dialogo è risultato pressoché impossibile da tanto erano sbronzi (e meno male che in genere li incontro la mattina presto, sennò..), in molte occasioni mi è stato chiesto di dare la bottiglia alla chetichella, senza farmi vedere, perché altrimenti i giovani impegnati nel communal labour (prestazioni lavorative gratuite che vengono richieste per lavori di utilità comune), avrebbero abbandonato le loro postazioni ronzando attorno alla bottiglia finché non ne avessero avuto un pò.
Ho provato, nei miei pomeriggi di letture e riflessioni al tavolo del bar, a passare a bevande più blande, ma purtroppo la birra la vendono solo nel bottiglione da 66 cl., peraltro una corposa scura doppio malto.. tutto sommato, essendo l’esito lo stessso, meglio un rapido e indolore cicchettino piuttosto che una lunga e straziante agonia accanto a una bottiglia destinata a diventare rapidamente calda e disgustosa..

Ormai nel villaggetto ho la mia cricca di amici fidati: il taxista, il vecchio della dama, la ragazza del bar, eccetera. Recentemente si è aggiunto un nuovo personaggio: l’elettricista. Qui i black out sono all’ordine del giorno, ma ieri pomeriggio si stava protraendo più del solito e al calar delle tenebre della corrente nemmeno l’ombra. Così ecco apparire l’elettricista, una di quelle persone con cui, conversando pochi minuti, fatichi a capire se sono totalmente pazze, totalmente stupide, o dotate di un’intelligenza così acuta da sfuggirti. Un idea su quale fosse la risposta giusta me la sono fatta mentre, illuminato dalla mia torcia, tagliava con un coltellaccio da cucina alcuni cavi elettrici dal traliccio in cui, secondo lui, risiedeva il problema. Ho pensato che non avevo mai visto un uomo folgorato e, tenendomi a debita distanza, poteva essere un’esperienza interessante. Invece, in pochi istanti, luce fu! Pare che il tutto fosse stato originato da un incauto boscaiolo che, trasformando in legname l’albero accanto al palo, ne aveva danneggiato la centralina, lasciando al buio mezzo villaggio. Mah...

Per oggi direi che è tutto. A presto, con nuovi racconti.

2 comments:

Unknown said...

vai colo!!!
continua cosi! ti stimo un sacco..
dall'altra parte del mondo si cerca lavoro :) vediamo se ne esce qualcosa..
buon viaggio..
andrea
ps. non è il miglior post, ma non voglio vincere la tua tesi autografata..

kafupi said...

ma kivuli in confronto era una megalopoli del futuro??? vabbè che pure là l'elettricità aveva dato i suoi bei problemini! è bello leggere queste tue notizie, mentre lo faccio guardo la mia cartina dell'africa e penso che sei lontanissimo! complimenti, non è da tutti! ti abbraccio forte
marta