Friday, August 15, 2008

Noto con piacere che, nonostante il periodo vacanziero e la desolante assenza di foto, c’è comunque un manipolo di irriducibili che lotta per la conquista della tesi autografata! Grazie dei messaggi, fanno sempre piacere, oltre ad essere uno stimolo in più per produrre un lavoro di qualità.

Questa settimana ho finito le interviste ai capi. Diciamo che mi sono fatto una panoramica generale della folcloristica varietà di autorità tradizionali che la regione è in grado di offrire e per il momento sono soddisfatto. Settimana prossima passerò alla fase due, ossia mi metterò alle calcagna di varie ONG impegnate in progetti di sviluppo per vedere come agiscono e come si rapportano ai capi, sperando che accettino un rompiscatole come me al seguito...
Il grande rammarico di questa fase è non aver potuto parlare con “il re” (in lingua locale “omanhene”, letteralmente “capo dello stato”) ossia il capo di tutti i capi della zona. Le autorità tradizionali, per la gioia di leghisti e affini, sono, infatti, strutturate in modo “federalista”: ogni famiglia ha il suo anziano, che siede nel consiglio del villaggio; la famiglia più importante del villaggio ne nomina il capo (ohene), che siede nel consiglio dello stato (oman), di cui la famiglia più importante nomina il capo, ossia l’omanhene. Pur essendo una carica ereditaria, la nomina deve essere avvallata da un consiglio di capi, i più prestigiosi del distretto, i quali hanno anche facolta, qualora ritengano che il re non stia agendo per il bene della comunità, di chiederne la detronizzazione, pratica che usualemente degenera in litigi e faide senza fine. Esattamente quello che è successo ora: alcuni capi hanno chiesto la detronizzazione del re, il quale ha risposto picche. Risultato: al momento il re è in esilio, in attesa che il Consiglio Nazionale dei Capi, organo statale composto dai vari re che decide su queste questioni, ponga fine alla controversia; nel frattempo, per evitare che la situazione degeneri, il palazzo reale è presidiato notte e giorno dai militari e nessuno può entrarci, nemmeno un povero studentello pirla che vorrebbe solo fare un’innocua ricerchina.. La mia speranza è che il tutto si risolva prima della mia partenza, visto che, a regola, dovrebbe essere questione di settimane; considerando che la disputa si protrae da due anni, mi sono già messo l’anima in pace!

Settimana prossima andrò in giro con una ONG locale che prova a convincere i lavoratori delle piantagioni di cacao a mandare i figli a scuola, piuttosto che utilizzarli come manodopera sottopagata. Nobile intento, anche se probabilmente più problematico di quanto possa sembrare. C’è da considerare, inoltre, che qui l’economia funziona “al contrario”: i poveri stanno tutti al nord, dove c’è un’arida savana e si coltiva poco, quindi è pratica diffusa che i “polentoni” mandino i loro figli a fare i braccianti nelle opulente coltivazioni di cacao dei “terroni” di Wiawso, i quali, ovviamente, non hanno alcun interesse a mandare questi bimbi a scuola.
Con un pò di fortuna, poi, potrei anche aggreggarmi all’equipé della “salute pubblica” che, dall’unico ospedale del distretto, si aggira di villaggio in villaggio a spiegare ai locali come evitare la malaria, come conservare i cibi, che tipo di dieta è più benefica per la salute e perché è meglio partorire in ospedale, anche se magari ci vogliono ore per arrivarci, su strade tortuose e dissestate.. A noi possono sembrare sciocchezze, ma se consideriamo che la prima causa di decessi all’ospedale di Wiawso nel 2007 è stata la malaria, seguita a ruota da altre malattie incurabili per la scienza contemporanea, come anemia, dissenteria ed emoraggie post parto, capirete che può avere una sua importanza.

Nel frattempo, sto sfruttando l’aumentata familiarità coi locali per compiere a fondo il mio lavoro, ossia farmi i fatti loro. Se all’inizio la mia presenza generava una certa curiosità, ormai si sono abbastanza assuefatti alla mia faccia da obruni, così posso starmene tranquillamente seduto in mezzo al villaggio senza dare troppo nell’occhio e osservarli mentre tornano dai campi, cucinano, sgridano i bambini, raccolgono legname danneggiando cavi dell’alta tensione.. E’ molto piacevole ed i ritmi della comunità contadina hanno un certo fascino; quando poi mi annoio, posso sempre assistere agli spettacoli dei loro animali domestici, con capre che fanno a cornate, galli che si azzuffano e cani incastrati e guaenti dopo una serena copulata.

Certo, non è una vita facile per loro. Un semplice anedotto per rendere l’idea: chiacchierando con un ragazzo, si è molto sorpreso a sapere che in Italia, quando uno cucina, prepara da mangiare solo per se stesso e per i suo coinquilini, senza lasciare qualcosina in più per eventuali “ospiti inattesi”. “E se arrivano, come fate”, mi chiede, con un filo di apprensione. Avrei potuto rispondere mille cose: telefono e faccio portare una pizza, apro il frigo e preparo in fretta e furia qualcosa, scaldo qualche schifezza surgelata al microonde. Poi ho pensato a cos’è la cena per loro: tornati dai campi, si mettono a pelare, tagliare e bollire la manioca (un tubero) e il planteen (una specie di banana verde, che mangiano bollita o grigliata), e poi a pestarli insieme nel mortaio per fare il “fufu”, piatto principe della loro cucina, uno gnocco compatto da consumarsi in brodo; fatto il fufu, preparano il brodo, con le noci di palma (piccole noci rosse, frutto di una palma diversa da quella da cocco) o le arachidi, procedura alquanto lunga, dovendo partire sempre dalla materia grezza appena colta. In tutto questo, i bambini o le ragazze più giovani devono occuparsi di raccogliere la legna e portare l’acqua dal pozzo. Insomma, da quando tornano dal campo a quando vanno a dormire il loro tempo è quasi interamente monopolizzato dalla preparazione della cena, che, in mancanza di frigoriferi, fornelli a gas e un qualsiasi altro elettrodomestico, non è proprio una passeggiata.
Mi sono limitato a rispondere che da noi non ci sono mai ospiti inattessi, cosa, del resto, non lontana dalla realtà. Non era ancora molto convinto, probabilmente trovava un’impresa improba per un uomo solo prepararsi la cena, quando qui tutta la famiglia allargata deve essere mobilitata, ma il discorso rischiava di diventare complesso e ho lasciato perdere. Calcolare quanta energia in più consumiamo mediamente noi rispetto a loro per nutrirci potrebbe darci un’idea di quanto ci costi rimpiazzare il lavoro di tutte quelle persone per preparare una cena ed è anche un modo semplice ed immediato per comprendere l’equa suddivisione delle risorse globali.

Piccola parentesi sulla gastronomia locale: non è per nulla malvagia, anzi. Manca un pò di fantasia, del resto, poveretti, si devono arrabattare davvero con poca roba, e non proprio eccelsa. Il fulcro della loro dietà è costituito da manioca, igname, taro (tre tipi di tuberi, pallida imitazione della patata) e il già citato planteen; hanno anche il riso, ma la maggior parte è importato e non sempre alla portata di tutti. Il taro e l’igname generalmente accompagnano, bolliti, carne o pesce ed il piatto che ne vien fuori si chiama “ampesi”; la manioca impastata e bollita da sola la chiamano “garni”, uno gnocco un pò friabile; mischiando manioca e planteen abbiamo lo squisito “fufu” (il mio preferito!), dolce e un pò colloso; la stessa cosa, con la farina di mais al posto del planteen si chiama “banku”, un pò più acidulo, ma va giù anche quello. Tutte queste cose si mangiano rigidamente con le mani e la loro gustosità dipende fondamentalmente dall’abilità nell’impastare l’elemento fibroso di turno col sugo. Inutile aggiungere che mi diverto sempre un sacco a mangiare pastrugnando il tutto, anche se non nascondo, ogni tanto, un pò di nostalgia per l’italica cucina, sicuramente più fantasiosa. Loro, questa roba, la mangiano a colazione, pranzo e cena; io, fortunatamente, a colazione posso concedermi un pò di lussi, tipo la frittata, il pane, il latte in polvere coi cereali, frutta fresca.. ma se ho in programma di stare in giro a lungo e saltare il pranzo, allora mi faccio un bel banku, che fino a sera sicuramente fame non mi viene!Da considerare, anche, che essendo mediamente non proprio miliardiari, in pochi riescono a procurarsi regolarmente carne, pesce o legumi con cui accompagnare queste primizie e la carenza proteica nella loro alimentazione è un grosso problema, al punto che l’anemia, dopo la malaria, è la principale causa di decesso. Nel prossimo post vi racconterò in modo dettagliato che espedienti usano per procurarsi le proteine, ossia quali squisite bestiole accompagnano il mio fufu.. Per ora mi sembra di essermi dilungato abbastanza. A presto

2 comments:

kafupi said...

carissimo Valerio, secondo me più che la cucina italiana là in Ghana ti manca un gustoso piatto di ugali senza condimento!! (scherzo ovviamente, capisco il matumbo, ma l'ugali!!) comunque i tuoi racconti mi piacciono tantissimo..ho una curiosità: il palazzo reale è davvero un palazzo o che fattezze ha?
ti abbraccio
marta

.manu. said...

bè, con le proteine nn ti dilungar troppo in particolari, che qualcuno di noi sa quanto inopportuno potresti diventare!! :)))
manchi tanto, continua a scrivere..
bacio.m.